la tirranide secondo Vittorio Alfieri – dal blog di Kurtz http://kurtzstories.splinder.com/ – 10 mag 2011 21:07

TIRANNIDE

indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

Vittorio Alfieri (1790)

FEMMINISMO E BODY ART, a colloquio con Silvia Giambrone – dal settimanale Gli Altri del 20/08/2010

In una libertà che si sente di affrontare, la donna libera anche il figlio e il figlio è l’umanità.
Carla Lonzi

Agosto, appuntamento al palazzo del freddo, storica gelateria romana. Ci riconosciamo da lontano nonostante non ci siamo mai viste. Silvia Giambrone, classe 1981, siciliana di Agrigento, città che ha lasciato a 18 anni per venire a Roma. È una delle pochissime giovani artiste a formulare l’opera attraverso il proprio corpo, cioè a ricorrere alla body art, ed è tra le pochissime a fare esplicito riferimento al femminismo. Le due cose hanno spesso viaggiato insieme, come se il corpo, in particolare quello femminile, fosse un sistema “linguistico” capace di smascherare il sistema della parola. “Non intendo dare risposte con le mie opere, che sono terreno di ricerca, luogo in cui continuo a pormi domande. Ho scoperto tante cose attraverso l’arte, cose che non mi sarei mai aspettata.”  Uno dei lavori in cui Silvia Giambrone mette in gioco il proprio corpo è il video Eredità ispirato a Gola profonda. “La prima volta che ho visto il film, la cosa che ho trovato più pornografica sono state le ciglia finte. Queste donne non sembravano esseri umani ma cyborg attrezzati di protesi. Avevo tutto pronto per il video ma non mi decidevo, finché è venuto a trovarmi un mio amico e finalmente l’ho realizzato. È diventato chiaro che si trattava del mio corpo in relazione ai meccanismi della seduzione, indagata attraverso questo lavoro fino al punto di capire che volevo mettere in scena la mia inesistenza.” L’identità di seduzione e inesistenza mi colpisce, eppure la trovo dissonante rispetto al video: telecamera fissa sul primo piano dell’artista che tenta di mettersi delle pesanti ciglia in ferro e stagno che continuano a cadere tentativo dopo tentativo. Un gesto ossessivo che grida senza voce. L’esistenza c’è eccome. Le chiedo se durante le riprese avesse male agli occhi, che mi erano sembrati sempre più rossi. “Solo all’inizio, perché era entrata la colla, poi mi sono abituata.” La comunicazione stabilita dal video è di tipo speculare, quasi labirintico: col trascorrere del tempo lei smette di avvertire il dolore, mentre io che la osservo lo avverto di più a ogni istante che passa. L’artista mi chiede partecipazione, perché sarò io spettatrice a prendere in consegna il dolore della seduzione e a ricordarglielo quando lei se ne sarà dimenticata.

Nel gioco dei ruoli, a fronte dell’arte femminile della seduzione, c’è la maschile conquista; quindi da una parte una chiara e limpida energia virile e vitale, fatta di azione, forza e onestà, dall’altra un sottile, furbesco lavoro di simulazione, mascheramento e strategie. Non è un caso che tacchi e trucco siano accessori per la donna: se il trucco maschera e dissimula, i tacchi rallentano la corsa della preda, che sarà infine afferrata ma che, dovendo a sua volta conquistare o difendersi, avrà a disposizione il raffinato inganno seduttivo. Gli occhi sono tradizionalmente considerati lo specchio dell’anima; mascherarli con il trucco e con le protesi vuol dire nascondere le vere emozioni della donna nell’offerta sessuale. Nasce così la cyborg, un incrocio tra l’essere vivente e la macchina, un organismo atto a svolgere una funzione. La persona non c’è più, sparisce insieme alla sua biografia, ai suoi sentimenti, ai suoi gusti, ai suoi desideri, per diventare una macchina al servizio di.

Il lavoro dell’artista rivela la donna nascosta dietro l’operazione pornografica: la bambola si rompe, lacrima, il suo gesto diventa ossessivo, ripetitivo, quasi autistico. La rappresentazione esce del tutto dalla cifra performante, il personaggio diventa persona e si inceppa. La comunicazione sessuale maschio femmina si interrompe e il video mette in scena un’altra donna, non quella esibita dal linguaggio patriarcale, ma colei che sopravvive nelle sospensioni e nei silenzi. In questo senso Silvia Giambrone mette a disposizione il proprio corpo per rivelare l’inesistente.

Noi siamo il passato oscuro del mondo è il titolo del suo ultimo lavoro, citazione dal libro di Carla Lonzi Sputiamo su Hegel (1974). La frase è stata trascritta con adesivo bianco su parete bianca, quasi a trasformare l’oscurità in sottrazione, invisibilità, che corrisponde forse al registro più adeguato alle generazioni venute dopo gli anni Settanta: non più lo scontro diretto e i forti chiaroscuri della precedente militanza, ma una presenza che emerge a tratti, apparentemente spezzata e singhiozzante, più nascosta che rivelata, più segreta che esibita, silenziosa ed esplosiva, impegnata in un movimento che diventa strategia di sopravvivenza. “Alcune affermazioni di Carla Lonzi mi fanno sorridere, come il riconoscimento della sola sessualità clitoridea.” Siamo d’accordo però che la radicalità fu necessaria a inaugurare un pensiero di matrice femminile, una riflessione deflagrante che non facesse alcuno sconto al sistema di potere patriarcale. “Non credo che oggi il separatismo avrebbe senso, perché un nuovo percorso di liberazione non può che nascere dalla relazione con l’altro.” In assoluto non sarei d’accordo, lo sono invece nella lettura dei suoi lavori: è solo nella relazione con “me” – me universale maschio/femmina – che il suo corpo, divenuto opera, assume il significato di scardinamento dei codici preesistenti.

“Come hai intercettato, tu così giovane, il pensiero femminista? – le chiedo -  La mia generazione ha ancora memoria degli anni Settanta, può ricordare qualcosa, il clima che si respirava e qualche evento; tu invece sei nata dopo la memoria.” Mi risponde che questa è la sua ricerca e mi parla di una città in cui forse nemmeno negli anni caldi è accaduto niente. “Non so dove arriverà questo mio percorso, non so se un giorno si interromperà…” Spero di no, perché qualcosa che si interrompe si spezza, e per spezzare qualcosa deve intervenire un atto di forza, un trauma.

Sarebbe interessante veder crescere il numero di artiste che riprendono il filo spezzato di certa body art, nella quale recuperare la memoria silenziosa racchiusa nel nostro dna, e attraversare quella sospensione della Storia nella quale abbiamo vissuto, espanderla e ricavarne un nuovo orizzonte. Se arte e letteratura sono prefigurazione di mondi possibili, aspettiamo allora che da queste terre venga il segno di dissonanze, storture e sofferenze che stiamo collettivamente rimuovendo, e che riemergono nelle nostre biografie come sintomi di malesseri individuali.

Sarebbe interessante indagare col linguaggio dell’arte e della letteratura, la nostra arte e la nostra letteratura, il significato che il corpo femminile ha all’interno dei codici esistenti; non nel modo in cui l’hanno indagato lavori come Videocracy che, guarda caso, è stato tanto apprezzato dai maschi progressisti, ma come lo indagheremmo noi, dentro una narrazione finalmente in prima persona.

L’angolo delle citazioni – 24 mar 2010 18:50

normalmente la donna entra in una fase, da cui normalmente uscirà nelle settimane e nei mesi successivi alla nascita del bambino, in cui in larga misura lei è il bambino e il bambino è lei.

Donald W. Winnicott, I bambini e le loro madri

L’angolo delle citazioni – 17 mar 2010 23:42

“Ho ricevuto, Signore, il vostro nuovo libro contro il genere umano… Nessuno ha mai impiegato più spirito nel tentativo di farci diventare bestie; a leggere il vostro libro viene voglia di camminare a quattro zampe.”

Voltaire, 30 agosto 1755, Lettera a Rousseau in risposta al Discorso sull’origine e fondamento dell’ineguaglianza tra gli uomini

Il mio Big Bang – 13 mar 2010 0:46

Oggi. Partirò dalla fine per tornare al principio, e forse arriverò al principio su una nuova origine, metterò il ricordo sulla carne. Sono vicina al mio privatissimo Big Bang. Sto per diventare madre. In ritardo, come sempre per ogni cosa. Nei primi tre mesi non mi sono resa conto di niente e se mi avessero chiesto cosa vuol dire diventare madre la mia risposta sarebbe stata confusa. Non che al quinto mese tutto mi sia chiaro, ma il mio corpo ora sa, irreversibilmente, come un vecchio saggio pieno di esperienza e di memoria.

L’esplosione è avvenuta e io mi espando.

P.S.

Di pochi giorni fa le reazioni al nuovo libro di Elisabeth Badinter, Le conflit. La femme et la mère, alla sua dichiarazione di essere madre mediocre, alla sua interpretazione emancipazionistica della maternità, alla sua scoperta di una Donna Nuova che si realizza senza fare figli .

Il gap generazionale che mi separa da lei non mi consente di condividere il suo punto di vista, innanzitutto perché non avendo avuto figli per i primi quarant’anni della mia vita non posso pensare che una donna che non ne ha sia un soggetto dimidiato, inoltre perché tutta la mia esistenza è sempre stata una tensione verso la felicità e non la realizzazione di me stessa. La cosa però che più mi allontana dalla Badinter è la dichiarazione di mediocrità. Se lei l’avesse usata in altri ambiti avrebbe avuto su di me lo stesso effetto emotivo. Ciò che non condivido è la categoria, la forma prima ancora del contenuto. Questa scatola non mi piace e io non ci metterò dentro né la mia maternità né niente che mi riguardi.

L’altra notte mi giravo nel letto in preda all’ansia di precarietà e pensavo: madri precarie. Cioè madri nomadi

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