Puerperio diaframma sul mondo – 10 mag 2011 13:03

Il puerperio è uno strano diaframma sul mondo. Non si ha più tempo, eppure si trova il tempo di osservare persone e cose cui in altri momenti della vita non si sarebbe dedicato nemmeno un minuto. L’altro giorno, alle tre del pomeriggio, al posto di una serie che uso per conciliare un breve sonno pomeridiano, è andata in onda la tribuna elettorale. Tutti i candidati a sindaco della città di Latina. Non so dire quanti, ma mi sono sembrati infiniti. Dieci? Quindici? Venti? Centro destra e centro sinistra, sinistra e sinistra sinistra, destra e ultradestra, grillini e nostalgici stalinisti, poi qualcosa che nel mazzo resuscita la mia attenzione: la lista per Latina capitale. Latina capitale d’Italia? Lascio correre e mi abbandono al fascino delle immagini. Di fronte a me una tavola rotonda di cavalieri in nero, tutti un po’ stanchi e pallidi, tutti con un identico tono di voce. Gli interventi uno dopo l’altro sono come un mantra. Il candidato del centro sinistra sembra quello del centro destra, alcuni di destra sembrano candidati tristi del centro sinistra più di centro che di sinistra, quelli di centro potrebbero essere di centro, ma se così fosse non ci sarebbe differenza col centro destra e col centro sinistra, quello di sinistra sinistra si riconosce perché – bontà sua – ha voluto darci un’indicazione con una falce e martello cucita sulla spalla. Evidentemente sa di poter essere confuso. L’unica donna presente non sarà mai sindaco di Latina perché è la conduttrice del programma. Dieci quindici venti uomini in nero, tutti sottotono, tutti più che brutti, più che tristi. Escludendo la sinistra e il centro, che hanno scartato l’estetica come criterio d’ingaggio, ci si domanda perché mai la destra non scelga maschi dall’aspetto decoroso, così come fa con le femmine. Perché non allietare anche gli occhi delle donne? Quello dall’aria meno conformista e grigia è il candidato sostenuto da Fli e Pennacchi, il quale sembra però essersi inceppato su un’illuminazione giunta all’improvviso a salvare un discorso poco ammaliante: il coma amministrativo, formula più e più volte ripetuta durante l’intervento, fino ad annientare se stessa e diventare mantra nel mantra. La trovata riguarda l’amministrazione della città di Latina, commissariata ad aprile dello scorso anno. Il puerperio è uno strano diaframma sul mondo. Di notte, a volte, non si dorme. Accendo la tv e nelle ore che precedono l’alba seguo un’intera vecchia lezione di Deleuze sul passaggio dall’universo centrico all’universo conico. Mi tornano in mente i miei studi, quando non avevo ancora trent’anni e camminavo per le vie di Parigi respirando l’odore di burro delle crepes. Allora non usavo internet come faccio ora. Era un uso davvero moderato. Erano gli anni in cui si andava in biblioteca per fare una ricerca. Andare in biblioteca era la prima mossa, universalmente riconosciuta. Oggi sono connessa 24 ore al giorno, giorno e notte, feriali e festivi. Ho una connessione flat, come tutti, che vuol dire sempre uguale a se stessa, piatta, un mese dopo l’altro sempre la stessa. È già pagata, quindi perché non restare connessi? Vado su youtube in cerca delle mie vecchie passioni. Cerco Derrida e lo ascolto mentre parla del tempo dell’essere e della scrittura. La scrittura è la traccia di un passato più antico del passato, di un futuro più lontano del futuro. La scrittura è mio figlio prima che nasca mio figlio.

Jean Liedloff, la donna che rivelò la madre – 21 apr 2011 22:40

La tradizione vuole che i giocattoli siano di consolazione a un bambino straziato dal dolore; questo è vero senza che ci sia però il riconoscimento del dolore

Jean Liedloff

Una fila apparentemente interminabile di contenitori di plastica, uno dopo l’altro uno uguale all’altro. Una volta venuto al mondo, sarai adagiato qui in una sorta di isolamento in sequenza infinitamente riproducibile: la nursery, una serie di neonati in culla all’interno della quale potrai sostare nell’attesa che i tuoi bisogni vengano appagati. E nell’attesa i bisogni diventeranno il Bisogno, fardello di cui difficilmente riuscirai a liberarti nell’arco della tua intera vita. Questo il panorama neonatale descritto nelle pagine del libro Il concetto del continuum. Ritrovare il ben-essere perduto. La sua autrice, l’antropologa Jean Liedloff, moriva la notte in cui nasceva mio figlio, lo scorso 15 marzo. Ho letto questo libro qualche anno fa, quando ancora non sapevo che prima o poi sarei diventata madre. Dopo la morte della Liedloff sono andata a rileggermi le pagine in cui venivano descritti quei primi giorni di vita vissuti in ospedale, che nella mia memoria erano diventati ancora più insopportabili: tutti quegli oggetti freddi di plastica, ideati per contenere/custodire neonati, si erano trasformati in una specie di campo di concentramento, cioè erano diventati la rappresentazione della morte di tutte le relazioni sentimentali ed emotive. Evidentemente la mia primordiale esperienza, seppure remota, aveva nel frattempo arricchito e personalizzato l’immaginario evocato dall’antropologa americana scomparsa di recente. Nella seconda metà degli anni Cinquanta Jean Liedloff, durante una spedizione in Venezuela, venne in contatto con la comunità degli Yequana, presso la quale tornò in seguito e dove visse per qualche anno per studiarne usi e costumi, in particolare il rapporto madre figlio nei mesi del puerperio. Da questa esperienza nacque il cosiddetto “continuum concept”, cioè la teoria, e la pratica, del contatto continuo del neonato con la madre: per consentire uno sviluppo equilibrato del bambino, occorre tenerlo in braccio fino alla fase del gattonamento. Quindi stop a carrozzine, lettini, cullette, troni low cost costruiti per lo più in plastica e metallo, dove questi piccoli imperatori, messi al centro di un’attenzione patologica da parte di genitori e parenti, vengono idolatrati come divinità intoccabili. Toccarli significherebbe infatti viziarli, contagiarli, non potersene più liberare perché il bebé, abituato al contatto, non vorrà mai più staccarsi. Vorrei sottolineare come questa visione del mondo cozzi col mammismo proliferante tra coloro che sono stati educati alla separazione fin dai primi istanti di vita, e che in età adulta non riescono ancora a emanciparsi dall’incombenza materna. Ma i nostri sembrano i tempi in cui è possibile negare ogni evidenza. Per consentire uno sviluppo equilibrato del bambino, bisogna farlo uscire da quella centralità finto oro e immergerlo nel mondo: la madre può portarselo ovunque con sé mentre lavora, vive, sbriga faccende eccetera; il figlio può così percepirla e conoscerla nella sua dimensione complessiva di persona, di essere sociale. L’Occidente ha fatto il contrario, e alla massiccia comparsa di soggetti femminili nel mondo del lavoro, avvenuta il secolo scorso, ha trovato la risposta meno solidale con le donne e con i bambini: tre mesi di maternità assoluta, poi si smolla il ragazzino in un luogo e con persone predisposte e si torna al lavoro. In quei tre mesi la donna, per lo più in solitudine, si dedica esclusivamente al cucciolo, messo al centro della sua esistenza eppure tenuto alla debita distanza attraverso il ricorso a quei contenitori di plastica e metallo il cui acquisto è da tempo avvertito come dovere consumistico di ogni genitore; scaduto il tempo della maternità, la donna rimette al centro della propria vita il lavoro, se ce l’ha. L’importanza delle ricerche della Liedloff, che per altri aspetti pecca forse un po’ di roussoviana ingenuità, sta nel fatto che in pieno ottimismo industriale e boom economico mette in discussione il nostro modello di sviluppo, individuandone i gap non nei macroscopici meccanismi economici e sociali, ma nella bistrattata relazione madre figlio. Liedloff riconosce nel grasso Occidente il terzo mondo dell’affettività e dell’emotività. Osservata da questo punto di vista, la vita degli occidentali diventa un’inesauribile rincorsa a possibili compensazioni, attraverso il Possesso nelle sue diverse fasi: dai giocattoli al sesso ai soldi… e tutta la lista di “oggetti” che vorremmo dovremmo avere. Non è un caso che i principi del modello di sviluppo capitalistico siano indissolubilmente legati a quelli dell’organizzazione sociale patriarcale, e non è un caso che l’organizzazione sociale patriarcale abbia tra i suoi pilastri il principio di dominio ideologico che genera identità. Chi è fuori da quell’ideologia e da quel ventaglio di identità date, viene stigmatizzato come altroo diverso, e si sa che nessuno meglio della donna incarna la figura dell’altro. Ecco allora, e ne sto facendo esperienza in questo momento, che alla donna che avverte e segue i propri istinti in relazione al neonato (per esempio accorrere e prenderlo in braccio quando lo sente piangere) chiunque si sentirà in diritto di spiegare come si alleva un bambino, come si allatta, come si fa dormire, quanto e in quali occasioni si può prenderlo in braccio… La donna che ha avvertito tali istinti viene stigmatizzata, rimproverata e messa in riga. Tutto questo forse ha un fine, cioè conservare i livelli di produttività dei singoli e della società che essi vanno a costituire: strana coincidenza i tre mesi di maternità obbligatoria con i tre mesi in cui molti della mia generazione sono stati allattati, quando lo sono stati. Le donne per decenni sono state invitate a sostituire il latte materno con quello artificiale, spacciato come migliore, più ricco e nutriente (le donne, si sa, sono inadeguate, anche quando fanno l’unica cosa che sanno fare: riprodursi). Il bambino in questo modo, oltre a non intralciare più di tanto il lavoro della madre, diventa molto presto un piccolo consumatore, cioè viene integrato. Quando è nato mio figlio, il mio istinto si è fatto strada tra le corsie d’ospedale e io ho provato a seguirlo senza ascoltare alcun consiglio che non mi sembrasse in armonia con noi due. Questo anche grazie al lavoro di persone come Jean Liedloff.

Abortirai con dolore – dal settimanale Gli Altri del 10 aprile 2010

Ore 9.00. Giovedì 25 marzo 2010. Appuntamento in un ospedale cattolico di Roma per l’ecografia morfologica al quinto mese di gravidanza. Arriviamo nella piena spensieratezza. Alle 9.30 ci chiamano e inizia la pratica dell’ecografia con l’invito del medico a “svuotare la vescica”. Da questo momento la mia vita non sarà più la stessa. La vita non è mai la stessa, di volta in volta, di respiro in respiro. Ci sono volte però in cui la vita si ferma, si spezza. Il feto è “malconcio”, non si è sviluppato il cervelletto, tetralogia di Fallot e altro. “Correte al San Camillo”. Ventiduesima settimana. Siamo strettissimi per i tempi legali dell’aborto terapeutico ammesso in Italia entro la ventiquattresima settimana. Per chi ne resta fuori un’alternativa è la Spagna. Esco dall’ospedale e dopo mesi che non lo faccio mi accendo una sigaretta e la fumo tremando. La nostra via crucis è iniziata.

Al San Camillo andiamo diretti agli uffici addetti alla 194. Non ci sono responsabili che firmino il ricovero e l’accettazione della “pratica”, non ce ne saranno fino a lunedì. Per ora non capisco bene cosa voglia dire, lo capirò nei prossimi giorni, quando mi imbatterò nel sistema intermittente “obiettori-non obiettori”, quindi nell’applicazione zoppa della 194, che prevede la costante presenza di non obiettori nei luoghi in cui la legge viene applicata. Si aprono le ipotesi, tutte fuori dal San Camillo: il Grassi di Ostia, il San Filippo Neri di Roma. Acquisisco il dato e mi incammino verso il San Filippo Neri. Sono le 13.30 del 25 marzo.

Le infermiere aprono la cartella. La ginecologa ha finito il turno, ma riescono a recuperarla nei corridoi e la portano nella stanza in cui mi trovo. “Se sei un obiettore con te non ci parlo”. E’ il segnale che inizio ad avere paura. Mi prende per un braccio, caccia via tutti e mi invita a sedermi. Erre francese, bella donna, adulta, umana, empatica. Scoprirò poi, con un sorriso, di chi si tratta. “Non si metta mai di traverso agli obiettori. Lo dico per lei [...] Sta per affrontare un’esperienza più grande di lei [...] Stiamo per fare una cosa contro, contro natura. Indurremo il parto e aspetteremo le contrazioni. Metteremo una prima candeletta (il termine sta a indicare l’ovulo vaginale di stimolazione del parto) ma non basterà. Dopo dieci ora inseriremo la seconda candeletta e forse neanche questa basterà”. Vi ricordate la canzoncina “Un elefante si dondolava…”?
“Voglio essere addormentata e risvegliarmi quando tutto è finito.” “In Italia non è possibile anestetizzarla e aspirare il feto.” Per ora penso che il sistema adottato in questo paese sia solo una crudeltà nei miei confronti.

Alle 14.30 scendo di due piani. Reparto pichiatria. Ho bisogno di un certificato che dichiari la mia inabilità psichica a sostenere una maternità come quella che mi è capitata. Il colloquio è una formalità, o meglio, un’ipocrisia. Posso scegliere, e d’altronde nessuno mi ha messa di fronte alla scelta, nemmeno l’ecografista; in realtà però non è che io sia proprio libera di scegliere. Libera di riconoscermi matta. Meno male che da giovane ho letto Foucault. Esco col mio certificato e lo consegno al reparto Ostetricia Ginecologia. Il ricovero è previsto per l’indomani mattina. Torno a casa ed è quasi sera. Mi aspetta la prima delle notti senza sonno. Senza tutto. La mattina dopo io e il mio compagno (rinominato marito in ospedale. Tutti i miei principi, le mie idee su convivenza e matrimonio vanno a farsi friggere e sinceramente non me ne importa niente. Non ribatto nemmeno una volta) prendiamo il trenino che ci porta proprio di fronte al San Filippo Neri. Siamo puntualissimi ma questo serve a poco.

Il medico che mi ha accolta il giorno prima non è di turno. Aspetto che si liberi un letto e non è detto che vada tutto liscio: se arrivasse una partoriente mi scavalcherebbe nel sistema dei codici rosso giallo verde che quasi tutti abbiamo sperimentato al pronto soccorso. Dopo ore di attesa, alle 16.00 del 26 marzo mi ricoverano. Sto tremando, ma non è ancora tempo. Il medico di turno è un obiettore, non inizierà la stimolazione del parto. Dovrò aspettare la sera, quando di turno sarà la ginecologa incontrata il giorno prima, la donna dalla erre francese. Il mio letto si trova nel reparto di Ginecologia, un proseguimento di quello di Ostetricia, due luoghi che si mescolano e si confondono anche nella sistemazione delle pazienti. Mi aggiro tra donne al nono mese in dolce attesa. Meno male gli amici, le amiche, gli affetti che restano fino a tardi con me, quando chiedo di avere un ultimo colloquio con un ecografista. Sono le 22.30 e io e il mio compagno veniamo ricevuti da quello che soprannominiamo Dottor House.

Diretto, quasi crudo, mentre parla mi dà l’idea che nonostante tutto la vita ancora lo appassioni. “Qui arrivano coppie che pensano che il prodotto del loro concepimento sia il migliore del mondo. Ma la vita è una questione di culo.” Sfoglia il referto ecografico. “Quando c’è un tale casino la causa è sempre una cazzata. Non è mai genetica.” La cosa mi rincuora e allo stesso tempo mi mette di fronte alla fragilità dell’esistente, del mio intimissimo esistente. Usciamo dal suo studio e inizia la stimolazione del parto. Non ho scelta, e in questo forse sono stata fortunata. Mai come questa notte l’ho sentito muoversi dentro di me. Faccio finta di non sentirlo, e non è facile perché l’ho amato con tutto il mio cuore. Il mio compagno torna a casa a riposare un po’. Mi addormento anche io e alle 3.00 mi sveglio con i primi dolori, comincio ad aggirarmi per l’ospedale, da una corsia all’altra, da un corridoio all’altro, fino alla mattina.

Mi tengono a digiuno e applicano la seconda candeletta. La ginecologa non obiettrice che prosegue la stimolazione del parto è di turno fino alla sera, mi sistema in sala parto e si prende cura di me; le seguirà un medico obiettore, cioè se la stimolazione non sarà stata sufficiente dovrò resistere ai dolori delle contrazioni che non si fermeranno e aspettare che arrivi il turno di un nuovo non obiettore. Per me il tempo si sospende. Lentamente vado in trans e tutto il mondo si chiude nel cerchio di ciò che sto vivendo. Arriva l’obiettore ma io ho “fortuna”. Le due candelette sono sufficienti e alle 2.15 avviene “l’espulsione”. Poi il raschiamento, poi crollo e mi addormento fino alla mattina. Tutto è finito, ma i termini legali dell’operazione rimandano le mie dimissioni a 24 ore dalla piccola anestesia fattami per il raschiamento. Ho perso il mio vecchio letto in Ginecologia e vengo sistemata in Ostetricia, cioè dormirò insieme alle puerpere. Sono incazzata nera e voglio firmare, ma la fortuna mi abbandona e mi capita una ginecologa di turno che senza ammettermi a colloquio fa sapere all’infermiera che non posso andarmene dall’ospedale per un’ecografia che in realtà non devo fare. Ha da passa’ la nottata e la nottata passa. Il giorno dopo, finalmente, torno a casa. E’ lunedì 29 marzo.

Nei giorni che seguono scopro chi è la ginecologa dalla erre francese che mi ha accolta e ha messo a disposizione la sua umanità e la sua professionalità nel sistema delle disfunzioni dell’applicazione della 194. Mirella Parachini,  una donna che dagli anni settanta lavora in difesa della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. Per quanto mi riguarda, penso che il sistema italiano di aborto terapeutico sia stato per me la via migliore, perché non ho dormito, sono rimasta lucida, l’ho fatto io, ne sono stata consapevole, col corpo e con la mente. Eppure, mi chiedo, se una donna fosse davvero psichicamente inabile a sostenere una maternità insostenibile, come è possibile chiederle di sostenere lucidamente, col corpo e con la mente, un dolore come quello che ho affrontato io? Le mie riflessioni sull’interruzione di gravidanza non si fermeranno qui, continueranno a fare i conti con le contraddizioni umane, sociali, sanitarie, ideologiche, politiche. Mi domando: non bastava il mio intimo strazio? Disfunzioni e contraddizioni sulle carne viva. La mia e non solo.

Chissà cos’è – 23 mar 2010 22:47

Dermatite atopica. Eczema. Un nome una minaccia. O un destino. Il mondo non si divide in buoni e cattivi, brutti e belli, ricchi e poveri. No, si divide in coloro che non ce l’hanno e coloro che almeno una volta ce l’hanno avuta. Perché averla avuta una volta significa averla per sempre. Atopica: letteralmente viene da atopia, cioè predisposizione genetica ed ereditaria alle allergie. Attenzione però, che la dermatite atopica non prevede allergie. In sostanza nessuno sa darti risposte. La dermatite atopica è il tallone d’achille della medicina, della scienza, è il luogo in cui la parola sostituisce il senso e la diagnosi diventa fine a se stessa, incapace o disinteressata a trovare una cura. Nella dermatite atopica la medicina rivela tutte le proprie falle, la propria insostenibile incorruttibilità. L’unica cura, allora, risiede nel cortisone e negli antistaminici, cioè non risiede nella cura. La gravidanza però è il luogo in cui i farmaci rivelano la loro potenziale pericolosità: in quei nove mesi non sono ammessi né cortisonici né antistaminici. Bando alle ciance. Io ne soffro. Sono tra coloro che ce l’hanno avuta e che per questo sempre ce l’avranno. La gravidanza l’ha ritirata fuori, dopo mesi e mesi di apparente silenzio. Da allora la dermatite atopica si è posizionata sui piedi, lì ha attecchito e non intende ritirarsi. È un luogo strano, la gravidanza, è il luogo del corpo. È qui che adesso nasce la mia “ispirazione” a scrivere. Ma vorrei superare questa parola e parlare di istinto. L’istinto alla scrittura. La narrazione può nascere dentro i pensieri di una notte insonne, dentro un amore, o una visione, dentro una paura, una relazione, un desiderio, o anche dentro un sogno. Per me, ora, le parole nascono dal corpo. L’altro giorno immaginavo il parto – in realtà ne sentivo parlare perché non è poi così scontato immaginarselo quattro mesi prima che accada – e pensavo: dopo avrò meno paura della morte. P.s. per riproporre un vecchio consiglio: tra i blog delle future madri, cioè dentro il grande tema della gravidanza, esistono le sottocategorie, tra queste trovate pagine e pagine di discussione sulla questione “dermatite in gravidanza”. Si tratta ovviamente di campi specialistici di difficile accesso ai non addetti ai lavori. Sono blog in cui i pareri vengono dal cuore più che da cognizioni mediche vere e proprie, dalla solidarietà e dalla ricerca di calore. Una risposta forse al linguaggio freddo della medicina. Un’altra sottocategioria interessante è “diabete in gravidanza”. Lo so perché, per un risultato sbagliato degli esami del sangue che ho poi ripetuto con maggiore successo, sono stata diabetica per ben due giorni. Non voglio dire “ho pensato di essere diabetica”, voglio dire “sono stata diabetica”, perché se è vero che la realtà esiste solo per convenzione o, al massimo, per percezione, in quei due giorni la mia realtà è stata innegabilmente quella.

L’unico uomo al mondo – 13 mar 2010 0:43

Non è una dichiarazione d’amore. È un’autoesclusione dai più. A parlare è il mio compagno, il padre di ciò che sarà. L’argomento-bomba è il parto. Luogo dei misteri. Lato oscuro della luna. Dolore piacere vita morte. Carne e cosmo. Qui e altrove. La fine è il principio. Di fronte a tanto, il maschio resta in religioso silenzio, come al cospetto di un miracolo, oppure si fa sentire, diventa rumoroso, isterico, energico e virile: non gli resta che percorrere il suo ruolo. Il mio compagno in questo non è solo. L’altro giorno al telefono mi ha offerto una fotografia di sé che io non sarei mai riuscita a formulare: “Sono l’unico al mondo. Non conosco un altro uomo nella mia condizione. Io non conto niente. Posso solo guardare.” Un ritratto sincero e appassionato di uno stato di impotenza peggiorato dal fatto che ho deciso, se non ci saranno complicazioni, di partorire in casa. Ai suoi occhi lo scenario è inevitabile: la battaglia farà morti e feriti, e lui resterà solo a piangere la cacciata dall’Eden. A questo punto quasi tutti stanno pensando che ha ragione. Complice la mia età. Perché è vero che la scienza ci offre la possibilità di partorire quando vogliamo, anche con un piede nella fossa, a patto però di stare alle sue condizioni: continuo monitoraggio, standardizzazione sempre più rigorosa dei range di normalità, slalom delle analisi, affannoso adeguamento ai nuovi ritrovati (il mercato ne sa una più del diavolo), assunzione di integratori (attenzione che ogni trimestre ha i suoi), esplorazione dentro e fuori attraverso sonde e sondine. È la legge della trasparenza. Dura lex sed lex. Non avrai altra luce all’infuori di me. E io ti abbaglierò, ti stupirò, ti illuminerò, ti svelerò i segreti del mondo, quello in cui vivi e l’altro. È la sibilla cumana, l’oracolo, il responso. È la verità. Il mio mistero, che cerca di starsene nascosto e al buio, viene violato. La tecnica mi ruba il miracolo e lo fa suo. La scienza diventa una religione. Chi disobbedirà morirà, in modo violento e con dolore. Il dio della scienza e della tecnica non lascia scampo. L’altro giorno al telefono mi veniva da ridere, non perché volessi prenderlo in giro, ma perché quel suo sfogo mi inteneriva e mi rivelava ciò che siamo. Io e lui fuori dalla complicità certa di chi condivide tutto. E allora, cari lettori (se ne ho), vi prego di andare sui blog e i forum delle future mamme almeno una volta, per caso, per sbirciare. Vi si aprirà un mondo. Capisco che così a freddo non sia cosa che viene automatica, ma ne vale la pena. Non intervengono, se non sotto falso nome, ma se ne intravede l’ombra: maschi disorientati, chiamati a partecipare a un evento quasi terrificante, costretti a sorridere, pronti a ricorrere a strumenti di controllo che ristabiliscano un ordine accettabile, promessi padri di famiglia in cerca di ruolo, intenti a interpretare i dati disponibili e a contenere gli sbalzi d’umore delle future madri. Basta digitare poche parole chiave: gravidanza, mamme, mamma online, parto. Miracoli della rete.

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