“Maledimiele”, i dieci comandamenti dell’anoressia – dal settimanale online Gli Altri

Alcuni film hanno uno strano destino. Sfuggono alla legge del mercato cinematografico, che decide la bontà del prodotto con gli incassi del primo weekend, e ne fa sparire le tracce appena ottenuti i ricavi possibili. Si tratta di opere che continuano a vivere al di là dei calcoli di botteghino, storie a lungo lavorate, pensate, che hanno appassionato tanto gli autori e poco, purtroppo, le grandi produzioni. Uno di questi è Maledimiele, il film sull’anoressia diretto da Marco Pozzi e scritto con Paola Rota, autrice del soggetto. Girato e uscito nel 2010, presentato lo stesso anno fuori concorso a Venezia, vincitore del Premio Speciale del Fiuggi Family Festival, torna ora in molte sale italiane. A Roma viene ospitato dal cinema L’Aquila.

Un argomento, l’anoressia, niente affatto semplice, sul quale sono state spese molte parole, opinioni di esperti che sembrano non aver mai centrato la questione. Maledimiele ha il pregio di penetrare il cuore oscuro e ossessivo della questione, e lo fa senza emettere sentenze.

Il film nasce da anni di ricerche sul mondo dei disturbi alimentari e dei siti pro-ana (pro anoressia) e pro-mia (pro bulimia), dove bulimiche e anoressiche si confrontano per raccontarsi le loro esperienze e scambiarsi consigli. Il disturbo diventa una vera e propria religione corredata di comandamenti: 1 non si può essere belle senza essere magre; 2 essere magre è più importante che essere sane; 3 compra taglie più piccole, rasati i capelli, prendi pillole dietetiche, fai la fame, fai di tutto per essere più magra; 4 non devi mangiare senza sentirti colpevole; 5 non devi assumere cibo ingrassante senza punirti; 6 devi contare le calorie e ridurre le assunzioni di cibo in base a questo; 7 quello che conta è la risposta della bilancia; 8 perdere peso è giusto/prendere peso è sbagliato; 9 non sarai mai troppo magra; 10 essere magra e non mangiare sono indici di vera forza di volontà e di successo. Un decalogo che torna nel film e nelle intenzioni di Sara, la protagonista adolescente interpretata da Benedetta Gargari. Ogni giorno vengono chiusi molti siti pro-ana e pro-mia perché illegali, e ogni giorno ne nascono di nuovi.

Vedere il film è come aprire la porta dell’inferno. Dentro non ci sono più ragioni.

Sara mangia biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Esce di casa, ricompra i biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Riesce di casa, ricompra i biscotti, li mangia tutti, beve latte e vomita. Questa la sequenza iniziale del film.

L’anoressia è un universo ossessivo, fatto di piccoli gesti che si ripetono giorno dopo giorno, ora dopo ora, è un diaframma sul mondo che non ammette trasgressioni, un imperativo che mira solo all’obiettivo: il peso. L’obiettivo di Sara è 38 chili. La protagonista ci arriva gradualmente, misurando di volta in volta le forme, trascrivendole su un lenzuolo nascosto in un luogo segreto, che conserva le tracce del progressivo assottigliamento. L’anoressia è una malattia antisociale. Lentamente Sara rinuncia alle relazioni con le amiche del cuore e con il ragazzo che la corteggia. Tutto – un pomeriggio in compagnia, un incontro, una confidenza – rischia di diventare solo un ostacolo al raggiungimento del traguardo. La strategia non può essere allora che la sottrazione: evitare tutto ciò che vorrebbe impedire di dimagrire. Il film ha il merito non solo di essere ben documentato e di aver pescato senza preconcetti dentro la filosofia pro-ana per restituirci le giornate di un’adolescente anoressica, ma anche, o forse soprattutto, quello di prendere lo spettatore per mano per portarlo dentro l’ossessione. Sara è una ragazzina bellissima, figlia unica in una famiglia apparentemente sana (Sonia Bergamasco e Gian Marco Tognazzi interpreti della madre e del padre), solo un po’ fredda e quasi distorta nella rigidità delle sue forme. Maledimiele sta addosso al personaggio per non perderlo di vista e registrarne ogni singolo respiro, ogni sottrazione anche minima di peso. Per tutto il tempo vediamo Sara esclusivamente alle prese con la sua malattia. A parte un flashback, che è più sogno che ricordo, il film inizia con una sequenza che è già piena anoressia e finisce senza che l’anoressia sia superata. Prima e dopo non c’è niente, come è nella percezione di chi la malattia la sta vivendo.

http://www.glialtrionline.it/2012/04/24/maledimiele-la-religione-dellanoressia-e-i-suoi-comandamenti/

C’è chi dice no di Chiara Lalli – dal settimanale Gli altri del 14/10/2011

«Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? […]
Se siete ancora vivi o graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla»
Don Luigi Milani

 

Un viaggio nella memoria, quando c’era la disobbedienza civile. Così inizia C’è chi dice no di Chiara Lalli, in uscita per il Saggiatore tra pochi giorni; un libro che racconta la storia dell’obiezione di coscienza nell’Italia repubblicana a partire dal servizio di leva, prima che ne venisse ammesso per legge il rifiuto “morale” e fino alla recente abolizione del servizio militare obbligatorio. La narrazione prosegue poi con l’obiezione di coscienza alla legge 194 sull’interruzione volontaria e terapeutica di gravidanza, alla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (o riproduzione artificiale, come preferisce definirla l’autrice), alle direttive anticipate, alla sperimentazione sugli animali, alla contraccezione eccetera. La ricostruzione chiarisce bene come da gesto anarchico l’obiezione in Italia si sia trasformata in pratica legale di categoria. L’ipotesi da cui Chiara Lalli parte è che l’obiezione di coscienza non dovrebbe essere ammessa per legge, non tanto perché una legge non può legittimare la trasgressione a se stessa, quanto invece perché la materia legislativa dovrebbe essere altro da quella morale, che si declina per tanti cittadini, tante coscienze, tante fedi religiose, tante sensibilità, tante visioni del mondo… Insomma, la legge dovrebbe essere super partes e garantire pari libertà per tutti. Si pone allora la domanda della libertà di colui o colei che obietta. Possiamo forse obbligarli a esercitare un servizio o comunque ad agire contro la loro volontà, e soprattutto contro la loro coscienza? In Italia l’obiezione riguarda oggi quasi esclusivamente la pratica medica (L.194, L.40, direttive anticipate) e sembra una risposta a una profonda trasformazione di ruoli nel rapporto medico-paziente, laddove il primo non è più riconosciuto nella sua funzione di “sacerdote”, salvatore, deus ex machina, ma come semplice operatore che sceglie liberamente la professione – sapendo quindi che quella di ginecologo in Italia prevede pure l’interruzione di gravidanza e la procreazione assistita – e la mette a disposizione delle richieste dei pazienti e delle loro necessità. Ecco quindi la risposta alla domanda se sia giusto obbligare qualcuno a esercitare un servizio che ritiene moralmente inaccettabile. L’obiezione alla 194 e alla 40 non dovrebbe essere ammessa anche perché si è liberi nel presupposto: scegliere o meno la professione. Le cose però sono meno semplici di così, e oltre a una storia dell’obiezione, esiste pure una storia di chi l’obiezione la subisce, e una storia del rapporto tra queste due parti, che quasi, mi sembra, possano oggi essere definite fazioni. Se infatti la legge 194 aveva previsto il principio di autodeterminazione delle donne, attraverso il quale la paziente assumeva dignità di persona in grado di intendere, volere e scegliere, la legge 40 varata nel 2004, a 26 anni da quella sull’interruzione di gravidanza, poggia su basi molto più compromesse. Entrambe prevedono l’obiezione di coscienza, la L.40 però è già di per sé molto limitativa, cioè ha in qualche modo assunto nella disciplina della propria materia una parte dell’obiezione che le diverse fedi religiose, in particolare quella cattolica, contestavano e contestano alla riproduzione artificiale. Laddove la legge sull’aborto cercava un equilibrio e manteneva le distanze dal giudizio morale, la legge sulla procreazione assistita formula il proprio giudizio morale sul reale, cioè sui pazienti che ricorrono alle tecniche riproduttive. La legge 40 si pone insomma da una delle due parti in causa e subordina l’individuo cui il servizio è destinato, considerandolo non in grado di gestire la propria libertà di accesso a una legge, perché l’accesso è regolato “moralmente” dalla legge stessa. Se parliamo poi di direttive anticipate, il terreno si fa ancora più fragile e farraginoso. Chiara Lalli nel libro fa un esempio molto popolare: Dottor House. Il personaggio della fiction televisiva che in molti hanno amato è un esempio di quel paternalismo che sta alla base del rapporto di subordinazione del paziente al medico. Il dottore ne sa immensamente di più e questa sua scienza diventa strumento di potere, di vita o di morte, sui suoi malati. È lui che deve e che può decidere. A lui i pazienti salvati saranno grati come a un totem. Dottor House incarna in tutto e per tutto il superuomo cui delegare la propria vita per non decidere in prima persona. Il successo della fiction televisiva che ha come protagonista Gregory House ci mette di fronte al fatto che sono in molti ad aspettarsi risposte salvifiche dalla scienza medica. Quel lineare ideale rapporto alla pari tra medico e paziente è quantomeno un po’ lontano dalla realtà. Può essere forse un obiettivo, che incontra però molte resistenze. L’alleanza terapeutica di cui tanto si parla è oggi un dato praticamente irrealistico, inficiato oltretutto da leggi come la 40 che a priori sembrano volerla impedire. Obiettivo di una legge dovrebbe essere, al contrario, gettare i presupposti per la neutralità – imparzialità – del proprio terreno. C’è chi dice no attraversa la storia dell’obiezione di coscienza per diventare riflessione sul concetto di libertà, in relazione all’apparato legislativo e quindi alla categoria di Stato, percorrendo le vie delle singole leggi, dal concepimento alla pratica, nelle loro contraddizioni e nelle chance che hanno offerto e che offrono

Giù le mani dal parto – dal settimanale Gli Altri del 24/06/2011

Partorire sane e salve si può. Potrebbe sembrare controcorrente, dopo che per mesi siamo stati travolti dal fiume mediatico degli incidenti avvenuti in sala parto. E invece pare che il vento giri.
Ma salve da cosa? Per esempio dall’eccessiva medicalizzazione della gravidanza.
Ogni tanto la frittata va girata. Serve a ottenere una cottura equilibrata. Venerdì e sabato 24 e 25 giungo il convegno intitolato alle Giornate sull’assistenza ostetricagirerà finalmente la frittata della Gravidanza. Lo scrivo con la g maiuscola perché non intendo l’insieme delle donne gravide – ognuna diversa, con la propria biografia, con desideri e bisogni non assimilabili al resto del mondo – quanto invece la categoria, derivante da un principio di astrazione, dalla separazione dalle cose come accadono nei giorni, per davvero. Il convegno è organizzato dall’Associazione Vita di Donna presieduta da Elisabetta Canitano, con il patrocinio della Casa Internazionale delle donne e il Collegio provinciale delle ostetriche, ed è dedicato a Tiziana Tumminaro, morta di parto cesareo a Roma l’anno scorso. A lei sarà intitolato inoltre un comitato regionale per il miglioramento dell’assistenza alla gravidanza nel Lazio.
La premessa è che qualunque cosa se ne pensi, il parto cesareo non è affatto più sicuro di quello vaginale, ma è invece un intervento di emergenza, un’estrema ratio cui ricorrere in caso di reale necessità.
Il convegno non arriva come una doccia fredda sullo status quo. Altri segnali manifestano il disagio e la volontà di cambiare quello che evidentemente non va. A maggio la commissione sanità del Lazio presieduta da Alessandra Mandarelli ha dato audizione all’associazione Vita di donna sui temi “percorso nascita” e “assistenza delle gravidanze a rischio”; nel frattempo la presidente della Regione Renata Polverini decretava l’approvazione di alcuni documenti sul parto extraospedaliero, cioè in casa propria o nelle case maternità.
Ma cos’è che non ci piace di come la sanità pubblica si prende carico delle donne in dolce attesa? In primo luogo il livellamento dell’assistenza, che si rivela esagerato nel caso delle gravidanze fisiologiche e inadeguato qualora la gravidanza sia a rischio. Quello che non ci piace è la medicalizzazione di massa, che oggi ci sembra scontata e paradossalmente dovuta, ma che in realtà è storia di pochi decenni, inaugurata insieme all’invasione sul mercato del latte artificiale, dei pannolini usa e getta e di ogni sorta di gadget neonatale. Prima non era così. Le nostre nonne, spessissimo anche le nostre madri, nascevano in casa, come d’altronde accade ancora in altri paesi occidentali, dove molte donne scelgono di partorire fuori dalle strutture ospedaliere.
La gravidanza non è una malattia. Meraviglioso slogan poco usato e niente affatto accolto né dal sistema sanitario né, purtroppo, dalle donne gravide. Lo stato “interessante” diventa così stato di allerta, pericolo in agguato contro donne e bambini, condizione da mettere sotto controllo. Con queste premesse è chiaro che schizzi in alto il numero di tagli cesarei: tante più interferenze ci sono, tante più complicazioni nascono, tanti più soldi si spendono.
Laddove c’è terrore, c’è circospezione. La medicina diventa così estremamente difensiva, non lascia spazi liberi, si chiude, sorveglia e ispeziona anche dove non ce n’è alcun bisogno, controlla eccessivamente (basti pensare all’altissima media di ecografie delle gravidanze fisiologiche), genera sospetti e, in fondo in fondo, rende la donna gravida passivo oggetto e terreno di indagine sul feto. Questo l’argomento sul quale interverrà Mirella Parachini, ginecologa del San Filippo Neri tra i relatori del convegno.
Tutto questo ha pesanti conseguenze non solo sulle donne, letteralmente espropriate di un evento che, appunto, gli è proprio, ma pure sui costi della sanità. Nonostante, infatti, molte delle spese di queste sovrabbondanti analisi restino a carico delle pazienti, molte altre invece gravano sul bilancio pubblico anche quando si tratta di gravidanze fisiologiche.
Cosa accade invece se una donna si trova ad affrontare una situazione complicata? Un’inchiesta inedita di Vita di donna, che verrà presentata da Gabriella Pacini proprio durante le due giornate, segue le tortuose vicende sanitarie di alcune donne con gravidanza a rischio ed evidenzia le mancate risposte delle strutture pubbliche, mentre l’inchiesta di Betta Cianchini, anche lei ospite del convegno, mette in evidenza ciò che accade in caso di depressione puerperale.
Sembra forse un paradosso, ma l’emissione a pioggia – scriteriata, nel vero e proprio senso della parola – dei soldi destinati alla maternità, e di conseguenza il livellamento delle persone e delle loro esperienze, genera squilibri e disuguaglianze.
La maternità è argomento su cui è necessario rimettere le mani, rivedere le linee guida, aggiustare ciò che negli anni si è rivelato inutile o dannoso e, soprattutto, lasciare libero alle donne il terreno della scelta e quindi della partecipazione, fare in modo che la gravidanza e il parto tornino a essere cosa loro.

Intervista a Cristina Tajani – dal settimanale Gli Altri del 17/06/2011

Cristina Tajani ha 32 anni ed è una delle sei donne assessori di Milano. Pisapia ha mantenuto la promessa. La metà esatta della sua giunta è femminile, con incarichi niente affatto scontati. Tajani si occuperà di politiche per il lavoro, sviluppo economico, università e ricerca. Ricercatrice lei stessa in sociologia del lavoro presso la Statale di Milano, svolge attività di ricerca per la Camera del lavoro e per la Flc-Cgil di Milano, il sindacato dei lavoratori della conoscenza. Di origini pugliesi, è nata a Terlizzi in una famiglia che da generazioni si occupa di politica. È arrivata a Milano per seguire alla Bocconi il corso di laurea in economia, e nel capoluogo lombardo si è fermata. Vicina alla politica di Nichi Vendola, è stata in passato sostenitrice dell’ipotesi di reddito di cittadinanza. Entra ora in giunta in quota Sel.

Qual è la Milano nella quale si insedia la giunta capitanata da Pisapia, dopo 18 anni di amministrazione di centrodestra? E quali sono i progetti per trasformarla?

La giunta non si è ancora riunita, non mi è quindi possibile parlare del metodo con cui procederemo, e sarebbe velleitario indicare già ora delle soluzioni. Di sicuro posso dire che lavoreremo congiuntamente. A Milano c’è occupazione, e si tratta di occupazione di qualità. Allo stesso tempo, però, la crisi è arrivata anche qui, portando con sé precarietà, cassa integrazione e lunghe liste di mobilità. Per questo negli ultimi mesi la città è stata oggetto di diversi interventi pubblici e privati, come il fondo anticrisi della precedente giunta e il fondo famiglia-lavoro voluto dal cardinal Tettamanzi. Ciò che è mancato è stato un soggetto pubblico in grado di coordinare. È mancata l’informazione, per cui spesso non erano a conoscenza di queste iniziative nemmeno coloro cui erano destinate. Mi proporrò innanzitutto di coordinare e mettere in comunicazione le diverse parti sociali. All’inizio sarà importante soprattutto l’ascolto, prima di prendere qualsiasi decisione.

Sarà possibile lavorare in sintonia con la Regione presieduta da Formigoni, oppure è in vista una frattura tra le due amministrazioni?

Il coordinamento tra Regione e Comune va verificato e cercato, così come va cercato quello tra i diversi soggetti sociali.

A proposito di soggetti sociali, il fatto che l’assessore alle politiche del lavoro venga dal sindacato non rischia di diventare un elemento di partigianeria e sbilanciamento tra le parti?

Come sindacalista conosco gli interlocutori e ho esperienza del lavoro congiunto, come è stato, per esempio, nel caso della redazione di un fascicolo sul tema del lavoro a Milano, cui hanno collaborato Cgil Cisl e Uil e Assolombarda.

Su quali risorse potrà fare affidamento, e a quali di esse sta già pensando?

Le risorse economiche sono ancora da verificare. Quelle a cui penso sono soprattutto risorse intellettuali. Milano ha sette università e questa è una ricchezza da valorizzare. Ciò che in qualità di assessore potrò fare, sarà mettere in rete le realtà esistenti e creare cooperazione. È per questo che, ancora una volta, sarà fondamentale l’atteggiamento di ascolto per giungere alla costruzione di infrastrutture, non solo infrastrutture di tipo tradizionale, ma pure interventi come il perfezionamento della banda larga.

Quale significato avrà, sulla realtà delle cose, che la metà della giunta sia femminile? State già pesando a un coordinamento tra voi?

Le componenti femminili della giunta, parlo ovviamente delle altre e non di me, sono state scelte per le competenze. Non si tratta quindi di figurine ma di incarichi di sostanza. D’altronde Milano non parte svantaggiata, perché è tra le poche città italiane ad aver raggiunto l’obiettivo di Lisbona dell’occupazione femminile al 60%, anche se la crisi ha colpito soprattutto le donne, cui sono destinati la maggior parte dei contratti atipici. Ciò che come assessore potrò fare, sarà incentivare l’arrivo di imprese di alta qualità. Milano è una città del terziario, il che significa imprese e occupazione di bassissimo contenuto. Nostro obiettivo sarà attirare le imprese a miglior contenuto, per esempio offrendo in cambio un ritorno di immagine. Dovremo inoltre intervenire per aumentare i posti negli asili nido, visto che più di mille bambini ogni anno ne restano fuori. Un’importante novità di questa giunta è la delega al benessere, incarico affidato a una donna. Questa scelta sta a indicare una particolare e nuova attenzione alla qualità della vita. Si possono fare molte cose a costo zero o comunque senza grandi investimenti di capitale. Modelli, da questo punto di vista, possono essere la Toscana e Torino, che insegnano che in tempi di ristrettezze è possibile e buono attivare politiche condivise con imprese e sindacati.

Identikit del talk show dipendente – dal settimanale Gli Altri del 17/06/2011

Domenica rai 3 ½ ora e Report, lunedì la 7 L’infedele, martedì rai 3 Ballarò, giovedì rai 2 Annozero, lunedì martedì mercoledì giovedì venerdi la 7 otto e mezzo, martedì mercoledì giovedì rai 3 parla con me, sabato domenica rai 3 Che tempo che fa, sabato domenica la 7 In onda. Per i programmi che si accavallano c’è lo zapping. Sabato pomeriggio finalmente la sintesi della settimana – prima ancora che finisca e che ricominci come dentro una narrazione mitica – finalmente la metatelevisione, il linguaggio che parla di sé, si viviseziona, si rivela, si dichiara: rai 3 Tv talk. Il talk show si insinua, lentamente e inesorabilmente crea dipendenza. Chi ne fa uso non può farne a meno. Ma chi si nasconde sotto la superficie del teledipendente da talk show? Sotto sotto quasi sempre c’è un uomo, bianco, tra i 35 e i 50 anni, sposato o convivente, democratico, piccolo/medio borghese, indeciso tra giustizialismo e minimo garantismo, nevrotico, cellulare sempre a portata di mano, non ama la letteratura né il cinema di finzione, preferisce leggere saggi e guardare documentari, viaggia poco, esce poco la sera, facilmente si indigna ma non ama fare politica, preferisce delegarla al voto. In sostanza la sua partecipazione si esaurisce con la televisione. Ha quasi sempre una connessione flat grazie alla quale legge alcuni giornali online, in particolare repubblica e il fatto. Il talk show dipendente è dispotico ma non sa di esserlo. Tiene sempre il telecomando stretto a sé e lo usa con sapienza perché conosce i palinsesti e sa come muoversi da un canale all’altro. Rivendica le sue conoscenze qualora qualcuno provi a sintonizzarsi su un programma di altro tipo: lui sa, quindi decide. Per lui il tempo libero è perso, non nel senso che il tempo è denaro, ma che bisogna tenere sempre in moto l’emisfero sinistro del cervello, quello deputato al linguaggio, all’analisi, al giudizio. Il tv talk dipendente non si rilassa mai. È un miscuglio di vecchio e giovane, di antico e moderno, è un soggetto vintage. È nato con la televisione, o comunque l’ha conosciuta in tenera età. Per lui l’oggetto massmediatico è un vero e proprio diaframma sul mondo; di tv si nutre e con la tv sostituisce le relazioni umane e sociali in carne e ossa. Costretto fin da bambino a dimostrare le proprie capacità, ha obbedito al diktat dell’intellettualismo, cadendo nella trappola di una generazione – i suoi padri e le sue madri – che ha creduto che lì si trovasse la salvezza del mondo. Il tv talk dipendente ha obbedito. Abituato all’imperio di figure pedagogiche strabordanti – sempre il padre e/o la madre – difficilmente viene infastidito dal gigantesco ego di personaggi alla Santoro. La sua formazione democratica non gli consente però di accettare l’ego antidemocratico e pseudoplebiscitario di Berlusconi. Il tv talk dipendente è fortemente antiberlusconiano. È pedante, vuole parlare in continuazione e spiegare; lui, così informato, vuole illuminare con la sua scienza chi gli sta intorno. È immobile, nelle sue pantofole vecchio stile, eppur si muove, solo e sempre attraverso la televisione. A volte, per esplorare il pianeta terra, è disposto a guardare qualche documentario geografico o di viaggio, una sorta di approfondimento di altri argomenti, come una lente puntata su terre di cui conosce già la situazione sociopolitica. Non ama i soliti tg, preferisce, quando gli avanza il tempo, guardarsi rai news, ma se proprio deve sceglie tra la 7 di Mentana e rai 3 di Berlinguer. Accanto al televisore non rinuncia alla collezione di vhs – film che non vedrà mai ma che ama possedere – nonostante il suo lettore sia ormai inutilizzabile. È un uomo che ama accumulare, per nostalgia o per pigrizia, non butta niente e i suoi spazi diventano archivi del recente passato. Considera l’estetica una deviazione del consumismo, per questo si veste senza alcuna classe, come capita. Non ama curare l’aspetto, né proprio né delle cose che lo circondano o che gli appartengono. Teme la fine della tv generalista, ma dolorosamente sa che prima o poi questo accadrà.

Incapaci di intendere – dal settimanale Gli Altri del 27/05/2011

17 maggio 1981. Trent’anni fa. Il secolo scorso. Gli Italiani erano chiamati alle urne per votare su 5 referendum, 3 dei quali su questioni di ordine pubblico (ergastolo, legge reale, porto d’armi) 2 sulla 194/78, la legge che da tre anni regolava l’interruzione volontaria e terapeutica di gravidanza. Uno dei due referendum sull’aborto era stato proposto dal Movimento per la Vita e dalla Democrazia Cristiana, l’altro dal Partito Radicale; uno chiedeva la restrizione della legge, l’altro l’allargamento. Più di 30 milioni di Italiani andarono alle urne e confermarono la 194. La proposta dei radicali fu bocciata dal 88% dei votanti, quella delle forze cattoliche dal 68%. Quel referendum fissò la legge, la radicò, la rese certa. Da allora quella legge c’è, punto e basta. E le donne non si sono certo azzardate a insinuare ciò che della 194 non va. La legge è buona, una delle migliori al mondo, un vanto, bisogna difenderla così com’è.Si sono servite della legge senza più parlarne. Nel frattempo cambiavano i costumi, si diffondevano i metodi contraccettivi, si alzava l’età per fare i figli, cresceva il problema dell’infertilità, nascevano nuove malattie, dilagava la diagnostica perinatale. Finiva un secolo e ne iniziava un altro, portandosi con sé il nuovo millennio. E la legge sta lì, statutariamente immobile. Trasformata, per noi, in punto d’arrivo, per non doverne più parlare. Mentre noi stavamo zitte e ci tenevamo ciò che – lo credo sinceramente – per ora nessuno ha la forza di toccare, qualcun altro parlava eccome. Non mi riferisco solo alle forze cattoliche, che d’altronde fanno il loro lavoro. La discussione sull’interruzione di gravidanza ha abbandonato il linguaggio della politica per affidarsi a specifici idiomi: la medicina, la biologia, la bioetica. Ciò che era stato felicemente definito “autodeterminazione” delle donne, è stato quasi dimenticato per lasciare il posto alla misurazione esatta del termine embrione. Tomi, corsi di laurea, luminari, vecchie e nuove discipline hanno a lungo dibattuto su quando nasca la vita, in quale giorno, a quale esatto punto della biografia riproduttiva dell’essere umano. Ci siamo abituati a vedere embrioni e feti di ogni età, abbiamo imparato la differenza tra l’uno e l’altro, abbiamo introiettato il dato che fino a quel giorno è possibile abortire, dopo di ché decade la possibilità, abbiamo dimenticato una cosa: la legge approvata nel 1978 non stabiliva un diritto ma de-finiva la depenalizzazione dell’aborto, pratica piuttosto antica, non da sempre considerata reato nemmeno dalla chiesa cattolica. La 194 era voluta dalle donne per evitare che il sistema legislativo dello stato italiano permettesse di punire coloro che ricorrevano all’interruzione di gravidanza e regolava la pratica affidandola al personale medico. Perché di aborto si poteva morire. Perché la pena non risolve niente, ma è una forma impetuosa di controllo sociale, perché non è affatto etica ma, come dice la parola stessa, punitiva. E non è stata un’ipocrisia, come vorrebbe qualche pensatore cattolico, intitolare la legge alla maternità, perché, lo ripeto, quella legge non sancisce alcun diritto ma parla di maternità consapevole. Eppure. Eppure la 194/78 non è perfetta, anche se oggi sembra impossibile dichiararlo. Di quella legge ci sono cose che non ci piacciono. Per esempio: non stabilisce un limite all’obiezione di coscienza, cioè inficia aprioristicamente la propria attuazione; stabilisce che l’aborto venga praticato esclusivamente nelle strutture pubbliche, cioè da una parte toglie allo Stato la possibilità di punire, dall’altra rimette nelle sue mani il controllo su coloro che abortiscono. L’argomento della gratuità per le donne che affrontano questo intervento sembra piuttosto capzioso, basterebbe infatti disciplinarne la convenzione con le strutture private come è per molte altre pratiche mediche. Nel 2011 non si può più parlare di 194 perché la discussione si è fatta sofisticatamente filosofica e scientifica, così come non si può parlare della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, per il cui referendum abrogativo non è stato raggiunto il quorum. Sono passati 30 anni e cosa ci è successo? Non siamo più le stesse? O a cambiare è stato l’oggetto della riflessione? Cosa succederebbe se fossimo di nuovo chiamate alle urne per un referendum abrogativo della 194? Probabilmente niente di grave. Forse non si raggiungerebbe il quorum, o se così non fosse voteremmo no, confermando l’esistente, perché la legge è data, non si tocca e non si discute. Nel frattempo difficilmente comprenderemmo i termini della discussione in corso nell’olimpo delle scienze esatte, ci lasceremmo incantare da coloro che ci parlano di egoismo e di depressione post aborto, cercheremmo di convincerli della nostra bontà, spenderemmo molto tempo a giustificarci, a dimostrare che sì, è vero, interrompere una gravidanza è un grande dolore, delegheremmo la discussione a persone ben più esperte di noi, dimenticheremmo che al fondo di tutto esiste qualcosa che il movimento femminista negli anni Settanta scoprì e portò alla ribalta: sono le donne a scegliere, sono loro a sapere, attraverso il corpo. Ed è la loro sapienza che non si tocca. Dimenticheremmo che siamo soggetti politici e non oggetti della politica. Qualcosa è cambiato. Incapaci di intendere e di volere, di nuovo.

Torna in tv Desperate housewives. Casalinghe “con le palle”. Oppure? – dal settimanale Gli Altri del 15/3/2011

Con ritardo sulle aspettative e con uno slittamento di canale, da Rai 2 a Rai 3, inizia la sesta serie di Desperate Housewives, la fiction televisiva che da qualche anno sbanca sul pubblico raccontando ordinarie e straordinarie storie di casalinghe disperate. Ironica, cinica, disincantata, la serie sembra seguire quell’ondata di umore che da qualche anno produce sia in tv che al cinema impietosi ritratti della società americana (American Beauty,Magnolia, Southpark, Simpson…). Eppure Desperate Housewives sembra non avere lo sguardo chirurgico e crudele di altre opere alle quali, all’interno di questo filone, si accompagna. Il titolo, come pure l’idea, sono stati ispirati da un libro purtroppo non altrettanto famoso, Diario di una casalinga disperatadi Sue Kaufman, autrice newyorkese nata nel 1926 e morta nel ’77. Il romanzo è giustamente diventato un cult del femminismo anglo-americano e la scrittrice è stata considerata sorella maggiore di una generazione di donne che pochi anni più tardi avrebbero sconfitto la solitudine della protagonista di Diary of a mad housewife (questo il titolo originale), Tina Balser, e si sarebbero incontrate su un terreno di solidarietà e militanza, cioè si sarebbero riconosciute come sorelle. Kaufman non è la sola scrittrice a raccontarci la ordinaria follia femminile nella società del boom economico, e il suo non è l’unico libro del genere. Purtroppo però molta della produzione letteraria nata e sviluppatasi sotto il segno dell’infelicità e dell’inquietudine femminili, e della ricerca di nuove possibilità identitarie, è inesistente sull’attuale mercato editoriale italiano, che da tempo sembra aver sacrificato opere di grande importanza narrativa e sociale al culto di prodotti usa e getta o di immaginari femminili ben più pacificati. Sue Kaufman pubblicava il diario di Tina Balser nel 1967, a un passo quindi dai grandi movimenti di contestazione che avrebbero in parte riscritto la cultura e le mode delle società occidentali. Quelli descritti nel libro erano gli anni in cui le donne lavoravano e studiavano poco, addirittura meno che nei decenni precedenti, per dedicarsi al ruolo di mogli, madri e angeli dei focolari. Mi ricordo che quando ero bambina in casa dei miei ancora circolava un’enciclopedia della donna piena di ricette e consigli per la gestione della casa, abbellita da immagini colorate e patinate a rappresentazione di una felicità casalinga che non credo di aver mai incrociato nella vita reale. Ho in mente piuttosto storie di stanchezza, depressione, isteria, rapporti coniugali difficili, nostalgia di un passato in cui tutto questo doveva ancora accadere, cioè prima del matrimonio. Siamo nel 2011. Sono trascorsi decenni da quando le nostre sorelle maggiori scalciavano contro quello stile di vita che ci rendeva disperate ma ci dipingeva felici. Sembrerà assurdo ma, seppure con molte differenze dal passato, quel modello femminile patinato e tutto giocato dentro i ruoli tradizionali sta tornando. La società riscopre la gioia di certi quadretti scaduti e messi a fuoco dai movimenti femministi, ripropone il ruolo di donna madre e compagna fedele, riesuma la famiglia e il matrimonio oppure, al contrario ma in modo complementare, riduce la donna a icona pop sessuale con vita a termine (non oltre i venticinque trent’anni, poi si spera che abbia accumulato sufficiente capitale o che abbia sposato un uomo benestante, se no sono cavoli amari). Difficile contrapporre a questi modelli oggi imperanti figure inedite di donna, ma soprattutto inedite prospettive esistenziali. Dei trascorsi movimenti femministi resta poco: poca memoria, pochi segni, poche ipotesi. Vale la pena allora andarsi a scovare le piccole tracce sopravvissute ai riflussi e seguirle, andare a conoscere la madre delle protagoniste di Desperate housewives, Tina Balser, per vedere ciò che la serie televisiva omette: il fondo di quella disperazione, dove l’inquietudine diventa follia, periferia del mondo, luogo non assimilabile, non rappresentabile, descritto da una donna attraverso il linguaggio del corpo prima ancora che attraverso le parole, nel diario di Sue Kaufman è infatti la fisicità a trasgredire le regole, è il panico, il ricorso all’alcol a raccontare ciò che le immagini patinate delle enciclopedie della donna nascondono. Le sorelle minori di Tina sono uscite di casa, sono andate all’esterno, hanno lavorato, hanno conosciuto quei pezzi di società che erano loro preclusi e hanno toccato con mano quanto quella società fosse a misura di maschio, hanno dovuto accettare le preesistenti regole del gioco per poter lavorare, spesso hanno dovuto mascolinizzarsi per essere ammesse al mondo fuori dalle mura domestiche. Oggi è come se ci trovassimo di fronte a un bivio che porta a due percorsi ugualmente frustranti: la casalinga e la donna “con le palle”. Non sembra facile, in questo contesto, individuare e praticare ipotesi altre, ancora non realizzate, recuperare il sogno di un’esistenza umana, aspirare alla felicità. Potrebbe allora, intanto, essere sufficiente tornare a dire no, per esempio a tutte le regole e i ruoli che hanno reso disperate le donne che ci hanno precedute, per questo tornare a leggere Sue Kaufman, Sylvia Plath, e prima di loro Virginia Woolf e Sibilla Aleramo, uccidere simbolicamente il padre e ascoltare la madre, anche quando, quasi sempre, ci ha rovinato la vita. Perché fare a meno della sua storia significherebbe rinunciare alla nostra prospettiva.

Intervista a Elisabetta Tripodi sindaco di Rosarno – dal settimanale Gli Altri del 11/02/2011

Accadeva un anno fa. Rosarno, gennaio 2010. Era la rivolta degli immigrati. Centinaia di lavoratori agricoli, quasi tutti africani, invadevano le strade della piccola città calabrese dopo aver subito un’aggressione armata da parte di sconosciuti. Ma questa, come tutte le storie, non nasceva dal nulla: pochi mesi prima tre imprenditori agricoli erano stati arrestati per aver ridotto in schiavitù i migranti clandestini, per aver indotto alla prostituzione e per aver praticato l’estorsione; tornando ancora indietro nel tempo, un’altra rivolta era esplosa in seguito a una precedente aggressione, anche questa armata, contro due ragazzi africani che tornavano dal lavoro nei campi. Ma le rogne della piccola terra di Rosarno non sono circoscritte all’immigrazione e al razzismo: nel 2008 il comune è stato commissariato per infiltrazioni mafiose. Poi, a dicembre 2010, i cittadini sono stati chiamati al voto e le elezioni sono state vinte da Elisabetta Tripodi, donna, quarantacinquenne, avvocato, sostenuta da una coalizione di centrosinistra. Chiamo il comune di Rosarno e chiedo di parlare con il sindaco. Niente di più facile: il rapporto è diretto, senza filtri burocratici, senza passaggi da un numero di telefono all’altro. Elisabetta Tripodi ha scelto la via del contatto ravvicinato con la cittadinanza, con i media, con la società civile, segno evidente di una politica della trasparenza che sancisce la discontinuità con il passato. Perché i cittadini di Rosarno hanno dato il mandato di sindaco a una donna sostenuta dal centrosinistra? Quali aspettative e quali prospettive di cambiamento sono state riposte in questa scelta? Con le elezioni dello scorso dicembre si è data fiducia a una figura femminile, il che rappresenta una novità sul piano della distanza dalla politica intesa come potere. Oltre a me, per giunta, ci sono cinque donne in consiglio comunale, altro elemento di discontinuità dal passato, quando si era raggiunto un livello altissimo di non amministrazione. A questo elemento si è andato a sommare il massacro mediatico in seguito ai fatti che un anno fa hanno portato Rosarno sotto i riflettori di tutto il mondo. C’era dunque un forte bisogno di riscatto, di cambiamento. È stato come darsi un’ultima chance per uscire dal tunnel degli ultimi due anni, durante i quali commissariamento e rivolta sembravano aver annichilito tutto e tutti. Credo che le donne abbiano dato fiducia alle donne. Credo quindi di essere stata premiata dal voto femminile. È stato un segnale di progresso, di fiducia, lanciato da una terra legata a un’economia di tipo agricolo, assediata dalla ‘ndrangheta, arretrata rispetto al resto d’Italia, dove pure i volti femminili della politica sono minoritari o relegati a funzioni di contorno. Nel suo programma, alla voce immigrazione lei ha parlato di accoglienza. Cosa significherà questo in termini amministrativi, concreti e quotidiani? La politica dell’accoglienza ci ha coinvolti, seppure in termini d’emergenza, nel primo mese del nostro mandato. Si è inaugurato in questi giorni il campo consegnatoci dalla protezione civile regionale, una risposta di tamponamento, non risolutiva ai problemi legati all’immigrazione, perché paradossalmente, a un anno di distanza dalla rivolta, la situazione era peggiorata: erano infatti state eliminate le strutture in cui gli Africani soggiornavano, senza che però fossero costruite alternative. Così ottobre, il mese in cui i migranti tornano per lavorare nei campi, è arrivato in fretta. Intervenendo prima con la commissione straordinaria poi con l’amministrazione, siamo riusciti ad avere questo campo, in accordo con la Regione Calabria. In una prospettiva di più lunga durata, cercheremo di attivarci rispetto a tutti i fondi europei destinati alle politiche dell’immigrazione e agli interventi di mediazione linguistica e culturale. È stato inoltre appena bandito un appalto per la creazione di un centro permanente di formazione che accoglierà 150 migranti su un fondo del Ministero dell’Interno. Cercheremo così di dare risposte alla questione dell’ospitalità e dell’alloggio dei migranti. La piana di Gioia Tauro non è solo terra di immigrazione ma pure di infiltrazione mafiosa. Cosa può fare un comune piccolo come Rosarno per contrastare la presenza della ‘ndrangheta sul territorio? In questi ultimi anni le forze dell’ordine e la magistratura hanno fatto il loro dovere. È quindi possibile dire che nelle ultime elezioni c’è stato un voto libero e non condizionato. Si è andati alle urne serenamente. La gente ha partecipato in modo consistente alla campagna elettorale, e questo è già un segno positivo, che rivela aspettative e volontà di tornare alla vita politica. Ci attrezzeremo perché la macchina amministrativa non venga influenzata dall’esterno attraverso l’attivazione pedissequa e regolare di tutte le norme nate per contrastare le infiltrazioni, lavoreremo sotto il principio costante della trasparenza. Da subito abbiamo applicato la nuova normativa e abbiamo messo sul sito tutti i nostri atti, sia quelli della giunta che quelli dei nostri dirigenti. Questo rende possibile interfacciarsi direttamente con i cittadini. Vogliamo inoltre contrastare la criminalità attraverso un programma di sostegno alla cultura, per questo abbiamo instaurato un rapporto sinergico con le scuole cittadine e abbiamo deciso di sostenere molti progetti di associazioni culturali, perché pensiamo che dalla cultura possa venire una rinascita. Cosa l’ha spinta ad accogliere una sfida politica tanto complessa come quella di correre per la carica di sindaco, in un territorio in cui le soluzioni ai problemi non sono a portata di mano? Non potevo più stare alla finestra a guardare. Tornando a vivere qui, dopo tanti anni trascorsi altrove, ho fatto una scelta di vita. Mi sono guardata attorno e non ho potuto non vedere a quali inaccettabili livelli fosse arrivato il degrado, anche quello economico. Il mio è stato lo scatto d’orgoglio di una cittadina che ama la sua terra e che, tornata a vivere qui, vuole far crescere i propri figli in un contesto più civile e ragionevole. Cosa intende per degrado? Degrado urbano, economico, paesaggistico, ambientale. Negli ultimi anni nella nostra piana abbiamo assistito a una regressione, e la crisi economica, investendo l’agricoltura, ha peggiorato la situazione. C’è davvero una fame di lavoro nuova e imponente. La gente si aspetta tantissimo dalla politica e le risposte, anche a livello nazionale, non sono adeguate e non fanno ben sperare. Dentro questo scenario, la giovane emigrazione intellettuale che ha colpito il Sud è un grandissimo dolore. Cosa si sta facendo, e cosa intende fare lei, in termini di politica per le donne? Innanzitutto stiamo cercando di costituire una consulta delle donne. Per la prima volta a Rosarno, tra maggioranza e minoranza, ci sono cinque donne su venti consiglieri comunali. Questa inedita presenza porta con sé la possibilità di creare un’attenzione diversa nei confronti delle problematiche femminili. Abbiamo già attivato un progetto di tutela della maternità per le donne non occupate, che coinvolgerà dodici donne che potranno lavorare per sei mesi fornendo assistenza domiciliare agli anziani. Questo progetto è destinato alle fasce deboli come nuclei familiari monogenitoriali (vedove, ragazze madri, mogli di detenuti). Credo che con la nostra presenza e con il nostro impegno politico potremo diventare un esempio di diversa condizione femminile. A questo proposito è stato bello scoprire l’entusiasmo delle bambine per la mia candidatura e per la mia elezione. Soprattutto le bambine, che mi chiamano la sindachessa. E gli uomini? Come hanno preso la sua candidatura e l’esito delle elezioni? Dipende dalla mentalità. Alcuni non scommettono perché ritengono che la donna sia debole. Così si aspettano che io duri poco, soprattutto quelli che stanno dall’altra parte. Non posso, a questo punto, non chiederle un giudizio sulla manifestazione del 13 febbraio. La manifestazione ha tutta la mia solidarietà. Si è imposto in questi anni un modello di donna televisivo, consumistico, patinato che non ha ragione d’essere e che non corrisponde a quelle donne alle quali tutti i giorni si richiede di essere poliedriche. Posso partire a questo proposito dalla mia esperienza, col mio ruolo di professionista, madre, moglie. Non è facile e ci vuole una grande capacità di organizzazione. Penso che in questo le donne siano un gradino superiori agli uomini. Dobbiamo quindi respingere il modello televisivo di donna da cui salvaguardare le nuove generazioni, sulle quali può avere un effetto devastante. Se il valore dominante è il denaro a tutti i costi, è chiaro che questi sono gli effetti a cascata. A questo si può contrapporre la formazione, la cultura. Negli incontri che faccio con i ragazzi lo ribadisco ogni volta: leggete, soprattutto buoni libri. Cosa è possibile fare invece sul piano politico e su quello dell’organizzazione del lavoro per venire incontro alle donne e iniziare a costruire nuovi modelli? Molto spesso le donne non sono aiutate dall’organizzazione scolastica. Faccio il mio esempio: non posso mai andare a prendere i miei figli all’uscita della scuola. Avere dei figli significa necessariamente avere un’organizzazione familiare che lo consente. Ma il problema qui è che pochissime donne lavorano. Già la percentuale italiana è bassa, al Sud poi il numero di donne lavoratrici diventa ancora inferiore. Spesso con un grado di scolarizzazione alto le donne sono costrette ad andarsene, anche se ora iniziano a ricoprire ruoli dai quali nel passato erano del tutto escluse, come le libere professioni, gli impieghi di responsabilità comunale, la sanità, l’insegnamento che purtroppo a questo punto è solo femminile. Come concilia il nuovo impegno di sindaco con la sua vita privata? Con dei ritmi pazzeschi. Non so se reggerò. Con grandi sacrifici familiari, e infatti ho molti sensi di colpa nei confronti dei miei figli, due ragazzini di quindici e undici anni che non accettano volentieri il fatto che la madre faccia il sindaco, perché vedono che il poco tempo libero che avevo ora è praticamente inesistente. Mio figlio ha sempre detto che voleva una mamma che gli facesse le torte e che lo andasse a prendere a scuola: un modello completamente diverso. Ho invece il sostegno di mio marito, altrimenti non avrei potuto fare questa scelta. Dal suo programma elettorale emergeva un’attenzione particolare alle questioni ambientali. Quali sono le prospettive ambientali, turistiche, quindi economiche, per la sua terra? Qui nella piana viviamo un dramma, perché questa terra è diventata la pattumiera d’Italia. Abbiamo l’unico termovalorizzatore della Calabria e sta per essere raddoppiato. Il problema dei rifiuti deve essere risolto, ma siamo contro il raddoppio perché l’obiettivo dello smaltimento può essere raggiunto incentivando la raccolta differenziata, sensibilizzando le famiglie, riducendo quindi l’ottica dell’inceneritore. Ma oltre al termovalorizzatore ci sono altre fonti di inquinamento: abbiamo la centrale a turbogas a venti chilometri, un rigassificatore da costruire (non si sa bene se si farà o meno) e lo sviluppo industriale del porto. Insomma una serie di fonti inquinanti che confliggono con lo sviluppo turistico perché il nostro mare è sempre più sporco e la qualità dell’aria peggiora. Si tratta spesso di scelte che vengono calate dall’alto sulla base di una predisposizione del territorio nei collegamenti del Mediterraneo. Negli anni c’è stata inoltre poca sensibilità da parte della rappresentanza politica della piana, che non ha mai detto no a queste imposizioni. Quando la società di Bisignano si è rivoltata per dire no al termovalorizzatore sul suo territorio, è stato deciso di spostare tutto qui, appunto col raddoppio di quello di Gioia Tauro. Le prospettive non sono incoraggianti. La popolazione deve essere incoraggiata, informata e i sindaci della piana hanno bisogno di lavorare in rete per ottenere risultati come quello dello stop al raddoppio. A differenza del passato, si è capito che è necessario stare insieme per contare. Individualismi e protagonismi sono inutili.

Poveri noi – dal settimanale Gli Altri del 04/02/2011

Anno di grazia 2011. Terzo anno di crisi. Il paese Italia scivola lentamente verso la povertà, il luogo oscuro del pane giallo e del caffè di cicoria di cui parla mio padre quando racconta i giorni che dalla seconda guerra mondiale portarono dentro la storia della Repubblica, dove si andava a fare la spesa all’Ente comunale di consumo e si mangiava nelle mense dell’Eca (Ente comunale di assistenza). Da allora la corsa verso promesse terre dell’abbondanza non si è mai fermata, nemmeno quando queste terre stavano per essere sommerse. Sì, perché la lenta discesa italiana verso la povertà non è cosa degli ultimi mesi. Già prima della crisi, dal lontano 1998, il nostro è stato il paese europeo cresciuto meno in termini di PIL (neanche 3 punti percentuali in dieci anni). Nel 2007 l’Italia si è così posizionata al quart’ultimo posto dell’indicatore europeo di popolazione a rischio di povertà: col suo 20% – una persona su cinque – sta meglio solo di Lettonia, Bulgaria, Romania. Cosa vuol dire povertà? Dove si nasconde quella persona su cinque definita a rischio? Come la distinguiamo dagli altri, i non poveri, i benestanti, coloro che per ora se la sono cavata? Vado a cercare le risposte alle mie domande nel cuore di Roma, a Trastevere, nella comunità di Sant’Egidio. Qui viene ospitata, non solo per mangiare, una folla di invisibili. Vi si trovano alcuni dei poveri che vivono nella città più bella del mondo, Roma. Mi accoglie Augusto D’Angelo, volontario che mi fa visitare la mensa di via Dandolo e mi mostra delle liste di homeless che possono farsi recapitare qui la posta. L’elenco degli stranieri è molto più lungo di quello degli Italiani, ma il divario negli ultimi anni si è ridotto da 9 a 1 a 8 a 2, cioè in percentuale i poveri italiani sono più che raddoppiati. Mi guardo intorno. Tra gli stranieri una maggioranza schiacciante di uomini, mentre tra gli italiani ci sono molte donne, per lo più anziane. “Gli ultrasessantacinquenni che si rivolgono alla Comunità di Sant’Egidio si sono triplicati” mi dice Augusto D’Angelo. Si tratta di persone anziane, pensionati che spesso hanno a carico figli che tornano a vivere con loro e che riescono a lavorare solo saltuariamente. Gli chiedo di raccontarmi le storie di coloro che vengono a magiare qui. Uomo, 42 anni, gli resta solo un lavoro a nero, a febbraio, cioè ora, lascia la casa; ciò che può destinare a un nuovo affitto non supera i 300 euro al mese. 28 anni. I genitori avevano un piccolo esercizio commerciale grazie al quale hanno potuto far studiare il figlio, il risultato però è che lui è riuscito a trovare lavoro solo in un call center. Nel frattempo la crisi ha investito il piccolo esercizio commerciale che è stato chiuso dopo che sono stati accumulati molti debiti. La casa di famiglia è stata pignorata. Un libero professionista lavorava in una multinazionale, ma quel lavoro lo ha perso ed è disoccupato da 2 anni e mezzo; ha ormai finito i risparmi e non riesce a trovare un nuovo impiego. Donna vende mobili e si trasferisce in un appartamento più piccolo perché non può più permettersi la casa in cui ha sempre vissuto. Una donna pensionata di 67 anni che vive con la madre di oltre 90. Uomo. Due lauree. Precario universitario, ha dovuto lasciare il lavoro per problemi di salute legati all’uso del computer. Non trova un nuovo impiego. Un uomo separato con un figlio di 5 anni a lui affidato non può permettersi altro che un monolocale piuttosto malsano. Ha paura che gli tolgano il figlio. Un sessantatreenne del Nord Italia è disposto a trasferirsi a Roma per ricevere accoglienza e aiuto dalle strutture del Sant’Egidio. È invalido e potrebbe ottenere una pensione adeguata al suo caso. A sessantotto anni vive in un garage per cui paga 400 euro. È tutto ciò che può permettersi, ma vogliono aumentargli l’affitto di 80 euro e lui rischia di ritrovarsi senza nemmeno questo tetto. Il giorno dopo ho accolto l’invito della comunità di Sant’Egidio di andare alla messa in memoria di Modesta Valenti, la barbona che nel 1983 fu lasciata per ore senza le cure necessarie perché troppo sporca, e morì così, non soccorsa, alla stazione Termini. La messa si tiene ogni anno nella chiesa di Santa Maria in Trastevere. Ci sono molti homeless venuti a ricordare Modesta e gli altri che da allora sono morti abbandonati sulle strade della capitale (più di 300, corrispondenti alle candele accese una dopo l’altra durante la suggestiva commemorazione), homeless che cercano qui uno spazio di memoria che gli sarebbe altrimenti negato. “Anche loro, come tutti, hanno paura della morte, hanno paura di essere dimenticati, di non lasciare traccia. Hanno paura di essere soli, perché povertà vuol dire solitudine. Una cosa ho capito in tanti anni di impegno nella comunità di Sant’Egidio: la povertà non è una scelta.” Augusto D’angelo chiude così la sua riflessione: “Non esistono esseri umani di razza inferiore.” Questo incontro ha rafforzato le mie impressioni e riflessioni precedenti: la distanza tra “noi” e “loro” è piccolissima, ridotta ai minimi termini; non ci vuole molto a passare dall’altra parte, dove si trovano coloro che hanno bisogno di aiuto per mangiare, dove ha termine questo grande matrix che ci mostra una realtà ancora grassa e bulimica di tutto. L’altra sera, mentre mi incamminavo su via Dandolo per preparare il mio articolo, ho chiesto a una signora anziana, che avrei poi rincontrato dentro la mensa, dove fossero i locali della comunità di Sant’Egidio, e lei mi ha risposto: “lì, dove c’è tanta gente.”

La 194 in salsa lombarda – dal settimanale Gli Altri del 14/01/2011

Se il Tar ha da poco bocciato le linee guida lombarde sull’applicazione della 194, parenti strette del progetto Nasko dispensatore di premi per le donne che rinunciano ad abortire, il ministero della salute ha nel frattempo emesso le nuove linee guida per abolire la gratuità dell’amniocentesi destinata alle donne che hanno superato i 35 anni. Non è quindi il caso di cantare vittoria. A ricordarci che non ci possiamo rilassare è la voce di Eugenia Roccella, sottosegretario alla salute, alzatasi come una spada di Damocle in difesa della politica di Formigoni: urgente porre il problema di una regolazione a livello nazionale. E sì, perché il piano di certa destra di aggredire alcune leggi dello Stato attraverso decisioni regionali non può passare, è irregolare. Non contenta della politica confessionale che rappresenta, Roccella si proclama addirittura paladina della legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza. Le linee guida della Lombardia, secondo lei, stabilendo il limite temporale di 22 settimane più tre giorni per l’aborto terapeutico, rientrerebbero nello spirito della 194. Andiamo a vedere perché così non è. La 194 stabilisce i tempi per l’interruzione volontaria di gravidanza (90 giorni) e non per quella terapeutica, la cui pratica è demandata al buon senso, alla ricerca e alla relazione terapeutica tra medico e paziente. Insomma, laddove la legge saggiamente si ferma e dice “oltre questo punto non posso e non voglio andare”, Formigoni & Co le danno una spintarella per mandarla avanti. Resta legittima la nostra domanda: cosa significa mettere nelle mani della politica, di una parte della politica, incurante dei suoi “avversari”, decisioni tanto delicate e suscettibili di tutto? La 194 prevede importanti eccezioni alle regole che lei stessa stabilisce proprio nel caso dell’aborto terapeutico, cioè quando le condizioni del feto e/o della donna sono tali da non permettere che ci si affidi a normative predefinite. Perché l’aborto terapeutico è un’estrema ratio, è l’uscita dolorosa da un evento che si è da poco trasformato in incubo, è un tunnel da cui puoi solo sperare di uscire senza romperti le ossa. Sono sicura che se qualcuno dell’esercito della salvezza del feto ci fosse passato, ora starebbe zitto. Qualche volta bisogna saper ascoltare, oltre a proclamare. Alle sole donne è dato sapere che nella biografia della gravidanza lo scarto è rappresentato dai movimenti fetali. Da quel momento il corpo, che è stranamente ancora uno nonostante la “doppiezza”, è nuovo e diverso, è altro da sé. Da quel momento il figlio inizia a concretizzarsi e si prepara a nascere la madre. È in genere a questo punto che arriva l’aborto terapeutico. Un grande dolore. Ma un’estrema ratio è un’estrema ratio. Ci si dovrebbe arrivare quando tutte le altre strade sono già state percorse. Si dovrebbe passare attraverso una relazione davvero umana e davvero terapeutica tra la donna che decide di affrontare l’intervento e il medico che in questo l’accompagna. Purtroppo non è così. Siamo tutti abituati all’elevato (il più delle volte eccessivo) numero di controlli in gravidanza senza tenerne a mente l’obiettivo: la prevenzione. Prevenire è meglio che curare, lo sanno anche i pubblicitari. Prevenire vuol dire venire prima, anticipare, non andare troppo in là con la gravidanza, non per principio o per partito preso, ma per evitare lo strazio, per una questione umana e non divina, non morale. Se tutto andasse come dovrebbe, Formigoni e Roccella si metterebbero al servizio dei cittadini, nel caso specifico delle donne. E invece le nuove linee guida, elaborate dal ministero della salute insieme all’Istituto Superiore di Sanità e alCentro per la valutazione dell’efficacia dell’assistenza sanitaria, stabiliscono che amniocentesi e villocentesi (test genetici finalizzati a verificare eventuali anomalie o aberrazioni cromosomiche del feto) saranno garantite in forma gratuita solo alle donne risultate positive a test probabilistici, il cui margine di errore, va detto, è piuttosto alto. Perché invece non privilegiare la villocentesi, che si effettua con qualche settimana di anticipo rispetto all’amniocentesi, e lasciarla gratuita senza però dare per scontato che le donne la facciano di default e non per scelta? Cioè, perché non puntare sull’informazione e sul principio di autodeterminazione delle donne? Si tratta di esami che costano circa 1000 euro. Con queste linee guida, farli o non farli non sarà sempre una scelta. Perché difendere le nuove linee guida richiamandosi al modello di paesi come la Danimarca, dove però in caso di errore diagnostico esiste uno stato sociale che si prende carico della persona affetta da malattia genetica? Perché far finta che in Italia esiste il welfare? Inoltre: perché non potenziare le strutture pubbliche o convenzionate di diagnostica perinatale ed evitare così che per non slittare troppo in avanti un’ecografia morfologica – l’esame che vede le malformazioni fetali – ci si debba prenotare prima ancora di aver scoperto la gravidanza? Ma l’Italia è il paese delle meraviglie: uno dei pochi casi al mondo in cui prevenire vuol dire vietare, e rimuovere il problema vuol dire dimenticarsene.

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