Accadeva un anno fa. Rosarno, gennaio 2010. Era la rivolta degli immigrati. Centinaia di lavoratori agricoli, quasi tutti africani, invadevano le strade della piccola città calabrese dopo aver subito un’aggressione armata da parte di sconosciuti. Ma questa, come tutte le storie, non nasceva dal nulla: pochi mesi prima tre imprenditori agricoli erano stati arrestati per aver ridotto in schiavitù i migranti clandestini, per aver indotto alla prostituzione e per aver praticato l’estorsione; tornando ancora indietro nel tempo, un’altra rivolta era esplosa in seguito a una precedente aggressione, anche questa armata, contro due ragazzi africani che tornavano dal lavoro nei campi. Ma le rogne della piccola terra di Rosarno non sono circoscritte all’immigrazione e al razzismo: nel 2008 il comune è stato commissariato per infiltrazioni mafiose. Poi, a dicembre 2010, i cittadini sono stati chiamati al voto e le elezioni sono state vinte da Elisabetta Tripodi, donna, quarantacinquenne, avvocato, sostenuta da una coalizione di centrosinistra. Chiamo il comune di Rosarno e chiedo di parlare con il sindaco. Niente di più facile: il rapporto è diretto, senza filtri burocratici, senza passaggi da un numero di telefono all’altro. Elisabetta Tripodi ha scelto la via del contatto ravvicinato con la cittadinanza, con i media, con la società civile, segno evidente di una politica della trasparenza che sancisce la discontinuità con il passato. Perché i cittadini di Rosarno hanno dato il mandato di sindaco a una donna sostenuta dal centrosinistra? Quali aspettative e quali prospettive di cambiamento sono state riposte in questa scelta? Con le elezioni dello scorso dicembre si è data fiducia a una figura femminile, il che rappresenta una novità sul piano della distanza dalla politica intesa come potere. Oltre a me, per giunta, ci sono cinque donne in consiglio comunale, altro elemento di discontinuità dal passato, quando si era raggiunto un livello altissimo di non amministrazione. A questo elemento si è andato a sommare il massacro mediatico in seguito ai fatti che un anno fa hanno portato Rosarno sotto i riflettori di tutto il mondo. C’era dunque un forte bisogno di riscatto, di cambiamento. È stato come darsi un’ultima chance per uscire dal tunnel degli ultimi due anni, durante i quali commissariamento e rivolta sembravano aver annichilito tutto e tutti. Credo che le donne abbiano dato fiducia alle donne. Credo quindi di essere stata premiata dal voto femminile. È stato un segnale di progresso, di fiducia, lanciato da una terra legata a un’economia di tipo agricolo, assediata dalla ‘ndrangheta, arretrata rispetto al resto d’Italia, dove pure i volti femminili della politica sono minoritari o relegati a funzioni di contorno. Nel suo programma, alla voce immigrazione lei ha parlato di accoglienza. Cosa significherà questo in termini amministrativi, concreti e quotidiani? La politica dell’accoglienza ci ha coinvolti, seppure in termini d’emergenza, nel primo mese del nostro mandato. Si è inaugurato in questi giorni il campo consegnatoci dalla protezione civile regionale, una risposta di tamponamento, non risolutiva ai problemi legati all’immigrazione, perché paradossalmente, a un anno di distanza dalla rivolta, la situazione era peggiorata: erano infatti state eliminate le strutture in cui gli Africani soggiornavano, senza che però fossero costruite alternative. Così ottobre, il mese in cui i migranti tornano per lavorare nei campi, è arrivato in fretta. Intervenendo prima con la commissione straordinaria poi con l’amministrazione, siamo riusciti ad avere questo campo, in accordo con la Regione Calabria. In una prospettiva di più lunga durata, cercheremo di attivarci rispetto a tutti i fondi europei destinati alle politiche dell’immigrazione e agli interventi di mediazione linguistica e culturale. È stato inoltre appena bandito un appalto per la creazione di un centro permanente di formazione che accoglierà 150 migranti su un fondo del Ministero dell’Interno. Cercheremo così di dare risposte alla questione dell’ospitalità e dell’alloggio dei migranti. La piana di Gioia Tauro non è solo terra di immigrazione ma pure di infiltrazione mafiosa. Cosa può fare un comune piccolo come Rosarno per contrastare la presenza della ‘ndrangheta sul territorio? In questi ultimi anni le forze dell’ordine e la magistratura hanno fatto il loro dovere. È quindi possibile dire che nelle ultime elezioni c’è stato un voto libero e non condizionato. Si è andati alle urne serenamente. La gente ha partecipato in modo consistente alla campagna elettorale, e questo è già un segno positivo, che rivela aspettative e volontà di tornare alla vita politica. Ci attrezzeremo perché la macchina amministrativa non venga influenzata dall’esterno attraverso l’attivazione pedissequa e regolare di tutte le norme nate per contrastare le infiltrazioni, lavoreremo sotto il principio costante della trasparenza. Da subito abbiamo applicato la nuova normativa e abbiamo messo sul sito tutti i nostri atti, sia quelli della giunta che quelli dei nostri dirigenti. Questo rende possibile interfacciarsi direttamente con i cittadini. Vogliamo inoltre contrastare la criminalità attraverso un programma di sostegno alla cultura, per questo abbiamo instaurato un rapporto sinergico con le scuole cittadine e abbiamo deciso di sostenere molti progetti di associazioni culturali, perché pensiamo che dalla cultura possa venire una rinascita. Cosa l’ha spinta ad accogliere una sfida politica tanto complessa come quella di correre per la carica di sindaco, in un territorio in cui le soluzioni ai problemi non sono a portata di mano? Non potevo più stare alla finestra a guardare. Tornando a vivere qui, dopo tanti anni trascorsi altrove, ho fatto una scelta di vita. Mi sono guardata attorno e non ho potuto non vedere a quali inaccettabili livelli fosse arrivato il degrado, anche quello economico. Il mio è stato lo scatto d’orgoglio di una cittadina che ama la sua terra e che, tornata a vivere qui, vuole far crescere i propri figli in un contesto più civile e ragionevole. Cosa intende per degrado? Degrado urbano, economico, paesaggistico, ambientale. Negli ultimi anni nella nostra piana abbiamo assistito a una regressione, e la crisi economica, investendo l’agricoltura, ha peggiorato la situazione. C’è davvero una fame di lavoro nuova e imponente. La gente si aspetta tantissimo dalla politica e le risposte, anche a livello nazionale, non sono adeguate e non fanno ben sperare. Dentro questo scenario, la giovane emigrazione intellettuale che ha colpito il Sud è un grandissimo dolore. Cosa si sta facendo, e cosa intende fare lei, in termini di politica per le donne? Innanzitutto stiamo cercando di costituire una consulta delle donne. Per la prima volta a Rosarno, tra maggioranza e minoranza, ci sono cinque donne su venti consiglieri comunali. Questa inedita presenza porta con sé la possibilità di creare un’attenzione diversa nei confronti delle problematiche femminili. Abbiamo già attivato un progetto di tutela della maternità per le donne non occupate, che coinvolgerà dodici donne che potranno lavorare per sei mesi fornendo assistenza domiciliare agli anziani. Questo progetto è destinato alle fasce deboli come nuclei familiari monogenitoriali (vedove, ragazze madri, mogli di detenuti). Credo che con la nostra presenza e con il nostro impegno politico potremo diventare un esempio di diversa condizione femminile. A questo proposito è stato bello scoprire l’entusiasmo delle bambine per la mia candidatura e per la mia elezione. Soprattutto le bambine, che mi chiamano la sindachessa. E gli uomini? Come hanno preso la sua candidatura e l’esito delle elezioni? Dipende dalla mentalità. Alcuni non scommettono perché ritengono che la donna sia debole. Così si aspettano che io duri poco, soprattutto quelli che stanno dall’altra parte. Non posso, a questo punto, non chiederle un giudizio sulla manifestazione del 13 febbraio. La manifestazione ha tutta la mia solidarietà. Si è imposto in questi anni un modello di donna televisivo, consumistico, patinato che non ha ragione d’essere e che non corrisponde a quelle donne alle quali tutti i giorni si richiede di essere poliedriche. Posso partire a questo proposito dalla mia esperienza, col mio ruolo di professionista, madre, moglie. Non è facile e ci vuole una grande capacità di organizzazione. Penso che in questo le donne siano un gradino superiori agli uomini. Dobbiamo quindi respingere il modello televisivo di donna da cui salvaguardare le nuove generazioni, sulle quali può avere un effetto devastante. Se il valore dominante è il denaro a tutti i costi, è chiaro che questi sono gli effetti a cascata. A questo si può contrapporre la formazione, la cultura. Negli incontri che faccio con i ragazzi lo ribadisco ogni volta: leggete, soprattutto buoni libri. Cosa è possibile fare invece sul piano politico e su quello dell’organizzazione del lavoro per venire incontro alle donne e iniziare a costruire nuovi modelli? Molto spesso le donne non sono aiutate dall’organizzazione scolastica. Faccio il mio esempio: non posso mai andare a prendere i miei figli all’uscita della scuola. Avere dei figli significa necessariamente avere un’organizzazione familiare che lo consente. Ma il problema qui è che pochissime donne lavorano. Già la percentuale italiana è bassa, al Sud poi il numero di donne lavoratrici diventa ancora inferiore. Spesso con un grado di scolarizzazione alto le donne sono costrette ad andarsene, anche se ora iniziano a ricoprire ruoli dai quali nel passato erano del tutto escluse, come le libere professioni, gli impieghi di responsabilità comunale, la sanità, l’insegnamento che purtroppo a questo punto è solo femminile. Come concilia il nuovo impegno di sindaco con la sua vita privata? Con dei ritmi pazzeschi. Non so se reggerò. Con grandi sacrifici familiari, e infatti ho molti sensi di colpa nei confronti dei miei figli, due ragazzini di quindici e undici anni che non accettano volentieri il fatto che la madre faccia il sindaco, perché vedono che il poco tempo libero che avevo ora è praticamente inesistente. Mio figlio ha sempre detto che voleva una mamma che gli facesse le torte e che lo andasse a prendere a scuola: un modello completamente diverso. Ho invece il sostegno di mio marito, altrimenti non avrei potuto fare questa scelta. Dal suo programma elettorale emergeva un’attenzione particolare alle questioni ambientali. Quali sono le prospettive ambientali, turistiche, quindi economiche, per la sua terra? Qui nella piana viviamo un dramma, perché questa terra è diventata la pattumiera d’Italia. Abbiamo l’unico termovalorizzatore della Calabria e sta per essere raddoppiato. Il problema dei rifiuti deve essere risolto, ma siamo contro il raddoppio perché l’obiettivo dello smaltimento può essere raggiunto incentivando la raccolta differenziata, sensibilizzando le famiglie, riducendo quindi l’ottica dell’inceneritore. Ma oltre al termovalorizzatore ci sono altre fonti di inquinamento: abbiamo la centrale a turbogas a venti chilometri, un rigassificatore da costruire (non si sa bene se si farà o meno) e lo sviluppo industriale del porto. Insomma una serie di fonti inquinanti che confliggono con lo sviluppo turistico perché il nostro mare è sempre più sporco e la qualità dell’aria peggiora. Si tratta spesso di scelte che vengono calate dall’alto sulla base di una predisposizione del territorio nei collegamenti del Mediterraneo. Negli anni c’è stata inoltre poca sensibilità da parte della rappresentanza politica della piana, che non ha mai detto no a queste imposizioni. Quando la società di Bisignano si è rivoltata per dire no al termovalorizzatore sul suo territorio, è stato deciso di spostare tutto qui, appunto col raddoppio di quello di Gioia Tauro. Le prospettive non sono incoraggianti. La popolazione deve essere incoraggiata, informata e i sindaci della piana hanno bisogno di lavorare in rete per ottenere risultati come quello dello stop al raddoppio. A differenza del passato, si è capito che è necessario stare insieme per contare. Individualismi e protagonismi sono inutili.