homeschooling by ken robinson

Le riforme non servono più a niente, perché semplicemente riformano un sistema fallimentare (Ken Robinson)

http://www.ted.com/talks/sir_ken_robinson_bring_on_the_revolution.html

Educazione sessuale? No grazie

Bastian contrari si nasce, e io modestamente lo nacqui.
Leggevo sul blog lipperatura della mancata educazione sessuale nelle scuole italiane e della proposta che questa “materia” diventi legge, per evitare la confusione che ogni istituto faccia a sé, cioè non faccia. Così almeno credo di aver capito.
Mi viene un dubbio, anzi me ne vengono tanti.
La nascita di Orlando, mio figlio, ha smosso un vecchio pensiero depositato in un angolo del mio cervello, ché tanto non ci facevo molto visto che non potevo praticarlo. Il pensiero si chiama homeschooling. Forse questa è l’occasione buona per tentare di chiarirlo a me stessa.
La scuola mi dà i brividi. E fin qui siamo su un piano del tutto emotivo, poco razionale, poco ragionevole. Quando qualcuno mi chiede se tornerei indietro negli anni, rispondo no, non a quando stavo sui banchi di scuola. Se mi ripenso bambina e poi adolescente seduta per ore e ore su una sedia di legno dura, interrogata, ispezionata,  giudicata a intervalli irregolari da persone adulte che per lo più pretendevano da me obbedienza, regolarità e disciplina, ribadisco che no, non tornerei indietro. Homeschooling mi sembra un’ottima via di fuga. Non credo che riuscirò a praticarla. Avrei bisogno per questo di una comunità che condivida i miei obiettivi, che metta disposizione il suo tempo, avrei bisogno che i bambini siano tanti, che siano tanti gli adulti. Mi accontenterò forse del meno peggio e lo manderò in una scuola accettabile. Cercherò di costruire per mio figlio opportunità fuori dalle mura scolastiche, cercherò di vivere con lui esperienze capaci di diventare bagaglio per entrambi, cercherò di “essere in viaggio con lui” finché prenderà la sua strada.
Se penso alla scuola mi viene in mente un edificio ripetitivo e tutto uguale a  se stesso, scarno, spoglio, monocolore, non troppo diverso da un ospedale o una caserma. Un luogo coatto e di massa, un’invenzione che lascia il tempo che trova. Prima o poi bisognerà forse, spero, fare un passo indietro.
La scuola è fondata su un principio indiscutibile, nel senso che non è dato discuterlo: qualcuno sa e qualcun altro impara. Già questo mi perplime. Chi sa cosa? Chi sa trasmettere cosa? Come sa trasmetterlo? Di quale sapere si tratta? Da dove viene questo sapere? Dove va a parare? Domande cui la scuola non risponde ma che io non posso evitare di farmi. Bambini e ragazzi sono la tabula rasa sulla quale io, adulto, pretendo di scrivere ciò che presumo di conoscere.
È sempre bene andarsi a cercare il significato delle parole, quando le si usano più per automatismo che per “scienza”. Educare vuol dire trasmettere un sistema di conoscenze e di valori alle nuove generazioni. Questo basta per fermarsi a riflettere.
Nonostante io sia ottimista di natura, nonostante la mia visione del mondo sia più rosa che nera, le vecchie generazioni, quindi anche la mia, non mi convincono affatto. Le vecchie generazioni, quindi anche la mia, hanno fatto danni e intendono continuare a farne, hanno portato il mondo al collasso, hanno fondato qualsiasi cosa sulla sperequazione, hanno assecondato la totale mancanza di solidarietà sulla quale l’umanità ha deviato un percorso che non era per niente detto che dovesse andare così. Forse ci salveremo, e sarà un miracolo. Forse riusciremo a salvarci in corner. Forse riusciremo a non educare le nuove generazioni ai nostri principi, forse riusciremo a lasciarle andare libere per la loro strada. Per fare questo abbiamo prima di tutto bisogno di mettere in discussione le nostre scienze (che si mettono in discussione pure da sole) e il nostro sistema di valori.
Molto più semplicemente faccio un esempio: gli insegnanti del liceo erano riusciti a farmi odiare Dante. Quando all’università ho avuto l’opportunità di leggerlo in solitudine, ho imparato ad amarlo. Cosa sarebbe stata la mia sessualità se qualche professore me la avesse insegnata? Cosa sarebbe stata la “mia” differenza di genere se qualche professore me l’avesse spiegata? E con quali titoli? Probabile che le avrei mal digerite insieme a Dante.
La sessualità sarebbe migliore se fosse libera, dalle sovrastrutture, dalle culture, dai sensi di colpa, dalle regole, dai giudizi, dalle aspettative. E chi meglio dell’autorità giudica, impartisce regole, trasmette cultura e sensi di colpa? Pesanti di sovrastrutture come siamo, non saremmo tutti più felici se invece di insegnare decidessimo di disimparare?

La Terra è il pianeta delle donne. Melancholia di Lars Von Trier

La Terra e noi.

Melancholia, Lars Von Trier, 2011. Melancholia e The tree of life, Malick, 2011. Riflessioni sulla condizione umana, sul nostro essere noi stessi e oltre noi stessi, sul nostro essere punto di vista sul mondo, sul nostro percepire l’altro. Nel cinema un anno intenso. Un film rimanda all’altro anche per un tema condiviso: la morte del figlio. Privata in Malick, cosmica in Von Trier. Quando il filo della specie si spezza. Quando il ciclo vitale si interrompe dando avvio alla catastrofe.

In entrambi i film la natura è potente, grandiosa, in modo assoluto superiore alle nostre volontà e possibilità, superiore ai nostri dolori. Eppure l’essere umano ha una sua grandezza, personalissima e irripetibile: osserva tutto, anche la natura. L’essere umano è la consapevolezza e l’emozione del mondo. Se Malick si affida a un personaggio maschile, Von Trier, come al suo solito, preferisce concentrarsi sulle donne. Justine e Claire. Le due sorelle. Colei che sa e colei che è madre. Gli uomini di questa storia determinano poco, sembrano in balia dei flussi emotivi delle loro compagne di viaggio. L’unico attivo per quasi tutto lo svolgimento dei fatti è il marito di Claire, l’uomo col telescopio, l’osservatore per eccellenza. Prima della catastrofe però si suicida, lasciando sola la moglie ad affrontare la fine di tutto, della terra e del figlio, cioè della specie. La scena del mondo si chiude su due donne e un bambino. La vita finisce tornando all’origine.

Claire tiene in braccio un figlio quasi inerme, addormentato, e tenta di scappare, di metterlo in salvo. “Dove crescerà Leo?” si domanda pensando alla fine del mondo. Magistrale il suo tentativo di fuga prima della rassegnazione, il disperato rigetto dell’inevitabile, quel suo tenere in braccio il figlio come se fosse per sempre neonato. Questo è il cuore del film, forse addirittura più dell’immagine di Justine/Ofelia, cioè della donna che torna all’acqua. L’una e l’altra rappresentano il senso non senso del nostro essere vivi, consapevoli ed emozionabili, testa e cuore dell’universo intero. L’una e l’altra bastano a dare origine alla vita. Consapevolezza cosmica Justine, consapevolezza del corpo e della carne Claire. Questo eravamo, questo saremo. Aspettando l’impatto con Melancholia, Claire, Justine e Leo fingono di rifugiarsi in una capanna che chiamano la grotta magica.

Nel suo film sulla fine del mondo, Lars Von Trier torna all’origine della vita, al concepimento, e ci fa rinascere.

una stanza tutta per me

IPOTESI ORLANDO

romanzo

terza puntata

Macaluso è Macaluso. Lo è sempre stato. Quando le notti di Reggio erano illuminate a giorno dai bombardamenti, lui strisciava verso casa insieme al fratello dentro la vegetazione bassa tirandosi dietro scarpe e cappotti da rivendere al mercato nero. Una notte il fratello rimase ferito e lui se lo trascinò per più di un chilometro senza emettere un suono. A metà strada il fratello era morto. Se lo portò ancora con sé pensando che potesse ricominciare a respirare, poi lo depose in un angolo protetto della natura, prese le coordinate, le scarpe, i cappotti e se ne andò. Il giorno dopo, acquattato alla luce del sole, tornò a riprenderlo. Macaluso aveva appreso l’arte del commercio così, vendendo al mercato nero capi d’abbigliamento sfilati a gente caduta sotto le bombe. Sapeva che dietro la merce c’è una storia e che dentro la storia c’è la vita e c’è la morte. Un giorno del suo futuro, con la guerra alle spalle, si ritrovò a vendere libri con lo stesso spirito di quando da ragazzo tornava dalla notte carico di merce. La prima volta che lo incontrai mi raccontò della sua guerra. Da un anno lavoravo per lui e non lo avevo mai visto; me lo ero immaginato come si fa col personaggio di una favola senza illustrazioni. Corrispondeva all’idea che me ne ero fatto eppure strabordava dai contorni dei miei disegni; l’immagine non riusciva a contenerlo tutto. Fuori dai miei contorni c’era la sua anima. Macaluso era cattivo, ma di una cattiveria gentile e inevitabile. Arrivai insieme a Flora Barabba, un po’ per non trovarmi solo a nuotare in acque sconosciute, un po’ perché lei era la mia maschera, il volto con cui mi piaceva presentarmi, la mia trovata, il mio successo apparente, la mia carta da giocare e rigiocare. Senza Flora io ero quasi niente. Poi c’era Jessica, la più bella del mondo. Ma non aveva scritto lei il libro che aveva cambiato il mio destino. Flora camminava in casa Macaluso accanto a me a dimostrazione che non avevo niente da temere, che ero all’altezza della situazione. Fu come tirare fuori l’asso dalla manica e mostrarlo agli avversari prima che iniziasse il gioco.

- Le storie sono ovunque. Per questo non mi interessa scrivere. – Macaluso fece scivolare lo sguardo fino ai piedi di Flora e li lasciò puntati lì, in basso, mentre riprendeva a parlare. – Potrei raccontarti la tua vita e trasformarla in una storia fantastica – tornò con lo sguardo sui suoi occhi – ma preferisco che a parlare siano le cose. -

Come tutti quelli che scrivono, Flora era abituata a manipolare e Macaluso lo sapeva. Iniziò così la guerra tra loro, uno scontro fatto di sottili torture reciproche, presunzioni e invidie, smascheramenti ed esibizioni. Fu un pomeriggio terribile. Avevo paura che la mia maschera si sciogliesse, che prendesse fuoco mostrando a tutti di essere alterabile, inconsistente, in balia di Macaluso. Quella sera Flora tornò a casa senza essere stata sconfitta, ma questo non voleva dire niente, non dimostrava niente, non garantiva sul futuro. Macaluso non era tipo da sconfiggere l’avversario mandandolo ko al primo incontro. Non avrebbe esaurito l’agonia del nemico in una manciata di ore. Amava le strategie e amava vincere in modo che tutti se ne accorgessero.

Pochi giorni dopo Flora veniva a trovarmi a casa.

- Vuole mettermi sotto contratto per il prossimo libro. –

- E io? –

- Se non ne sai niente, vuol dire che ti sta scavalcando. –

Era successo. Il mondo si era spaccato in due. Sulla metà buona ci stavo io, su quella cattiva ci stavano Flora e Macaluso. Il mio ruolo era ormai quello del morto al quale erano stati rubati scarpe e vestiti. Ero disteso nudo a terra in un luogo in cui non c’era ossigeno.

una stanza tutta per me

IPOTESI ORLANDO

romanzo

seconda puntata

 

 

 

 

Perché Anna mi amasse tanto, io non lo so. Riusciva a scorgere delle mie zone d’ombra piene di innocenza, dove il fallimento sembrava non essere arrivato.

Quando Jessica arrivò a dichiarare la mia fine, avevo già una valigia pronta accanto alla porta. L’idea era di allontanarmi per un po’, ma i fatti mi costrinsero ad andarmene definitivamente. Non lasciavo niente per cui valesse la pena piangere. Nemmeno Jessica riusciva più a conturbarmi come aveva fatto nel passato. Quando mi disse “vengo via con te” fu come trovarmi senza emozione di fronte alla elementare realtà: Jessica era mia da quella prima volta che venne a ingaggiarmi per conto di Macaluso. Lei, semplicemente, era il mio destino. Mentre ce ne andavamo attraversando a piedi un enorme pezzo di città, mi chiedevo perché avessi perso tanto tempo dietro a cose che non la riguardavano.
Alla fine della giornata prendevamo un treno e tagliavamo in due le nostre esistenze. Passato e futuro. Avevo la sensazione che il presente fosse stato risucchiato dalle sue parole “non credo ci sia più niente da fare”. Il presente non era nient’altro che lo stadio finale, la fine dei giochi. Non metteva a disposizione alcun tempo da spendere. No. Era solo un assedio, una postazione da cui non si poteva più fare niente. La più banale delle azioni stava già nel futuro.
Al termine del viaggio camminammo ancora a lungo e arrivammo di fronte a una grande casa. Jessica fu di poche parole, mi fece accomodare e se ne andò con la promessa di tornare entro due o tre giorni.
Trascorsi le prime quarantotto ore senza fare niente. Mi sentivo immobilizzato, come se Jessica prima di andarsene mi avesse legato. Il terzo giorno mi aspettai che tornasse, ma a notte fonda lasciai andare l’illusione. Il quarto giorno mi svegliai con una gigantesca carica di rabbia.
Se fossi stato lucido me ne sarei andato. Avrei lasciato stare l’idea del destino e sarei uscito di casa senza aspettare un alro minuto. Avrei chiamato Flora Barabba e mi sarei fatto aiutare. Avrei mormorato il mio addio a Jessica e non mi sarei preoccupato di non poterglielo dire a voce. Ma non potevo fare niente di tutto questo perché ero prigioniero, incagliato nel presente, risucchiato dalla sospensione di tutto. Non potevo fare niente se non aspettare che Jessica venisse a liberarmi da quello spaziotempo. Passai l’intero giorno a montare la mia rabbia. Ero un frutto avvelenato quando scese la notte e arrivò l’insonnia. Senza deciderlo mi aggirai per la casa per ispezionarla, finché non mi fu chiaro che era appartenuta a Macaluso. Avrei potuto avvelenarmi ancora di più, e invece la notizia raggelò ogni cosa portandomi in un’altra dimensione.
Macaluso era morto poche settimane prima e io per qualche giorno mi ero trovato tra gli indiziati. Come era facile immaginare, non se ne era andato per un malore. Era uscito di scena con lo stesso clamore col quale probabilmente era entrato. Non gli piaceva la semplicità e anche morendo aveva voluto fare le cose in grande. Macaluso era stato ucciso e io avevo buoni motivi per non volerlo in vita.

Quella casa era perfetta. Era la casa che tutti vorrebbero avere, che tutti vorrebbero mostrare agi ospiti, dove tutti vorrebbero fare un bagno caldo e distendersi sul divano per guardare la televisione. Macaluso viveva per essere invidiato. Ogni sua mossa aveva avuto l’obiettivo di mettere il resto del mondo all’angolo. Entrare nei suoi panni per qualche giorno mi aiutò. Avevo indossato la sua anima e mi ero aggirato per le stanze con l’incedere che era stato suo e che ricordavo bene perché era stato sempre lo stesso dal primo all’ultimo momento che avevo trascorso con lui. In quei giorni non feci niente di straordinario, mi limitai a respirare come faceva lui, camminare come faceva lui, leggere, dormire, bere, mangiare come faceva lui. Restavo lì senza più aspettare Jessica, senza aspettarmi che potesse tornare indietro. Non mi mancava perché era entrata nelle maglie della mia esistenza, del mio tempo, perché c’era anche nell’assenza e questo succedeva per la prima volta da quando l’avevo conosciuta. Al quinto, sesto, settimo giorno, accadde qualcosa che mi portò fuori casa. Non un fatto, ma uno stato d’animo. La stanchezza di essere Macaluso.

“Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne” di Anna Meldolesi

La natura, si sa, è bizzarra. Gli uomini lo sono ancor di più. Se il naturale rapporto di nascita tra maschi e femmine è più o meno 105 a 100, cioè vincono i primi di 5 punti, quando gli uomini ci mettono le mani il rapporto si impenna, fino ad arrivare a punte di 120 o addirittura 137 maschi su 100 femmine. I numeri rivelano senza ombra di dubbio che laddove le bambine sono tante di meno, c’è stato il ricorso alla pratica degli aborti sesso-specifici, cioè all’interruzione di gravidanze di feti femmine. Questa fenomeno ha preso il nome di gendercide, o genericidio. Mancanti sul pianeta terra sono 100 milioni di donne, una popolazione pari a quelle di Germania Italia e Francia messe insieme. A partire dagli anni Ottanta, con la diagnostica perinatale, la pratica si è diffusa in paesi come la Cina, l’India e la Corea (in Corea per fortuna è stata arginata e fermata); dagli anni Novanta, e in modo ancora più massiccio oggi, l’Occidente ne è stato investito e il problema si è diffuso nella ex Jugoslavia e in Albania, o in paesi dove ci sono forti flussi migratori come Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Norvegia. In parole povere il problema ci riguarda. Ormai anche in Italia, all’interno delle comunità indiane cinesi e albanesi, il rapporto tra nati e nate ci fa capire che c’è stato un intervento genericida.

Di questo si occupa Mai nate. Perché il mondo ha perso 100 milioni di donne della biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi, edito da Mondadori Università. Il libro porta alla ribalta una questione di cui non si parla o di cui si parla come di una cosa lontana, ce la porta dentro casa e chiede una soluzione. E la soluzione, l’autrice lo sottolinea, tocca la delicata questione della 194. È possibile combattere gli aborti sesso-specifici senza mettere in discussione la legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza? E come? La questione è destinata a infittirsi con i nuovi ritrovati della tecnica, che già offrono un kit di semplici analisi del sangue fai da te con le quali sapere il sesso del nascituro alla settima settimana. Un modo semplice, scrive Meldolesi, può essere intanto quello di scoraggiare la comunicazione precoce del sesso del figlio, per poi procedere verso soluzioni più strutturali.

Inutile negare che il problema c’è; che la 194, nata per proteggere le donne, potrebbe essere utilizzata per abortire feti femmine. A sinistra e tra le forze laiche è scomodo parlare di aborti sesso-specifici proprio per il rischio di mettere in discussione le conquiste in materia di interruzione di gravidanza e maternità consapevole. Credo però che in questo timore ci sia un vizio. Come se la legge venisse prima della coscienza, individuale e collettiva. La 194, nei suoi limiti che pure ha, è una legge che sovverte questo ordine. Alla base di tutto c’è il presupposto di una coscienza libera di agire, e non si discute che si tratti della coscienza delle donne. Sacrificare la libertà di coscienza della metà del mondo per salvare la stessa metà del mondo è un’insostenibile contraddizione in termini, sia che si intenda stare dalle parte delle donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza, sia che si intenda stare dalla parte dei feti femmina. Ribalterei allora la questione dicendo che senza la 194 non c’è presupposto per affrontare il problema degli aborti sesso-specifici. Limitare la legge significherebbe tornare alla negazione della nostra libertà e della nostra coscienza, significherebbe cioè tornare alla condizione di quelle donne che abortiscono altre donne, per forza o per consenso non importa, perché la coercizione non passa solo per la violenza fisica ma anche attraverso cultura e tradizioni, perché una donna che acconsente “pacificamente” ad abortire un feto femmina pensa di non valere quanto un uomo e questo le è stato insegnato. Questo libro, e la questione che pone, oltre a fare la necessaria informazione su un fenomeno quasi invisibile, offre la possibilità di rimettere sul tappeto la 194, nel senso che può diventare un ottimo punto di partenza per una riflessione che ci ricordi le ragioni di quella legge. Anna Meldolesi, la cui posizione è dichiaratamente pro choise, con il suo libro apre la porta alla memoria di ciò che eravamo prima delle grandi conquiste della seconda metà del secolo scorso, quando le donne valevano meno degli uomini.

Donne e lavoro. Vecchie questioni non ancora risolte

Se il padre di mio figlio è la materia, io sono l’antimateria. Se io sono aria, lui è fuoco. Questo non per raccontare i fatti miei, ma per iniziare una riflessione.
L’altro giorno stava leggendo Small is beautiful di Wolfgang Friedrich Schumacher che recita:

From a Buddhist point of view, this is standing the truth on its head by considering goods as more important than people and consumption as more important than creative activity. It means shifting the emphasis from the worker to the product of work, that is, from the human to the sub-human, a suender to the forces of evil. The very start of Buddhist economic planning would be a planning for full employment, and the primary purpose of this would in fact be employment for everyone who needs an ‘outside’ job: it would not be the maximisation of employment nor the maximisation of production. Women, on the whole, do not need an ‘outside’ job, and the large-scale ·employment of women in offices or factories would be considered a sign of serious economic failure. In particular, to let mothers of young children work in factories while the children run wild would be as uneconomic in the eyes of a Buddhist economist as the employment of a skilled worker as a soldier in the eyes of a modern economist. While the materialist is mainly interested in goods, the Buddhist is mainly interested in liberation.

Credo stia cercando di capire me e il mio rifiuto del modello nido-madre lavoratrice.
Nonostante lui cerchi di avvitarmi dentro una griglia, la lettura buddista del lavoro femminile non mi soddisfa affatto. Permettere che le madri lavorino è un fallimento dell’economia.
L’immagine di angelo del focolare non fa per me. L’idea del  lavoro esterno a esclusivo appannaggio dei maschi non fa per me.
Ho fatto un figlio da adulta e me lo godo, cioè ho scelto di dedicarmi a lui a tempo pieno. Questo però non significa che io non faccia nient’altro. Me lo sono portato a riunioni, convegni, colloqui in fascia o nel marsupio. Lavoro al computer quando dorme. Mi siedo a terra con lui e gli sto accanto nei giochi mentre leggo e prendo appunti. Cerco di concentrarmi sulle mie cose quando il padre è a casa e può occuparsene insieme a me.
Mio figlio non ha la percezione di una madre che o c’è o non c’è, non ha la percezione di una madre che quando c’è è tutta per lui. Mi vede fare altro, mi ascolta mentre discuto di lavoro, se devo fare qualcosa di manuale meglio perché lui sta arrampicato su di me e “partecipa” alle azioni, nei limiti del possibile me lo porto ovunque, anche se fa freddo caldo piove nevica. Ho la presunzione di dire che io per lui non sono solo la madre ma anche un essere umano. Ho la presunzione di dire che mio figlio avrà gli strumenti per relazionarsi alle donne meglio di come lo fa il padre, cioè avrà gli strumenti per cambiare il mondo.

Unendomi al coro polemico contro Fornero e Monti, voglio raccontare il mio punto di vista, cioè come io vedo il mondo, e il lavoro, dal luogo della mia relazione con Orlando.
Non trovo affatto retorico affermare che il posto fisso può scontrarsi con la sfera dei desideri. Non tutti infatti desiderano fare la stessa cosa nell’arco della vita intera, soprattutto se la cosa che si fa non è un piacere. Cercando un’analogia su un terreno diverso da quello professionale, dall’impatto più immediato, è come se fossimo costretti a rimanere sposati a una persona che non ci appassiona. Per carità, tra moglie e marito non mettere il dito, ma per fortuna il divorzio è venuto a liberarci dall’associazione relazione/ergastolo. La questione, è evidente agli occhi di chiunque, non è il posto fisso ma il reddito garantito, cioè senza buchi di disoccupazione a salario zero. Ma voglio ancora andare oltre, oltre l’ovvio. Il lavoro che conosciamo noi è un’invenzione maschile, su questo nessuno può eccepire. È concepito in modo tale che è difficile trovargli un senso. È coercitivo. Specifico. Manicheo. Spiacevole. Faticoso. Ripetitivo. Meccanico. Spersonalizzante. Antirelazionale. Ha obiettivi spesso irragionevoli (a parte il salario). Produce nevrosi. Riempie il mercato di oggetti e funzioni inutili. Ci abitua agli oggetti inutili. È basato sulle leggi della competizione e della competitività cieca. Abolisce qualsiasi principio di solidarietà. Restando sul terreno dell’analogia amorosa, è come se dovessimo per forza rimanere sposati a una persona terribilmente noiosa, terribilmente violenta, autoritaria e sciocca.
Le donne, abituate per secoli a sopportare odiosi matrimoni dai quali non potevano liberarsi, si trovano ora ad accogliere un modello di lavoro che al meglio di sé offre un infernale vincolo eterno. Dalla padella alla brace. Nell’adesione a un sistema a misura di maschio, hanno incontrato un altro problema: il dimidiamento. La donna o produce merce (nel senso più ampio della parola) o produce figli (nel senso più letterale della parola). Se fa una cosa non fa l’altra. Vive per compartimenti stagni. Impara che quando diventa madre smette di essere sociale, ed è vero perché questa società esclude ogni valore legato alla maternità: cura, solidarietà, vita.
Quando penso al mio lavoro penso anche alla mia vita, alle mie relazioni, ai miei desideri, al mondo, agli altri, a mio figlio. Quando penso al lavoro io voglio tutto, capra e cavoli.

 

una stanza tutta per me

IPOTESI ORLANDO

romanzo a puntate

Nonostante il fallimento e l’evidente stato di abbandono, continuavano ad arrivare manoscritti. Era stato il mio ultimo errore, che aveva lavorato giorno dopo giorno a erodere il terreno sul quale avevo poggiato la mia intera esistenza. Inutile dire che non avevo ancora capito la gravità della situazione. Quando Jessica entrò nel mio studio, stavo per accendere una sigaretta dopo essermi lavato i denti. Uno di quei contrasti di sapore per i quali ero disposto a rovinarmi la vita. Jessica era bella come il sole e forse di più. Era la donna che avrei voluto sposare, con la quale avrei voluto fare dieci figli anche solo per vedere le combinazioni del mio dna col suo. Jessica entrava nel mio studio e io tremavo. “Non credo ci sia più niente da fare”. Chi, se non lei, poteva pronunciare la frase che annunciava la mia fine? Era stata lei, dieci anni prima, ad affidarmi il primo incarico per conto di Macaluso. Il lavoro non faceva per me, ma volevo rivederla. “Lui vuole te” e fu come sentirmi dire “ti voglio”. Avevo accettato. Il materiale mi arrivava per corrispondenza. Un pacco alla settimana. La proposta di Macaluso non veniva per caso: tre anni prima avevo avuto un’intuizione che la stampa arrivò a definire del secolo, geniale, unica, grazie alla quale ero riuscito per un po’ a mandare avanti il carrozzone sul quale mi ero imbarcato.

Prima che arrivasse il colpo di fortuna ero un uomo mediamente felice, dalla vita semplice ed essenziale. Non chiedevo niente di più di ciò che già possedevo: una casa, una piccola entrata che mi garantiva, oltre al necessario, un viaggio l’anno acquistato online sui siti promozionali, un abbigliamento sulla soglia dell’eleganza, dieci/quindici settimane di fidanzamento l’anno, spesso continuative e con una stessa donna. Di Jessica non conoscevo neppure l’esistenza. Macaluso era un nome al quale non sapevo dare un volto. Ignoravo di essere destinato alla scheggia di successo che stava per investirmi. Un’onda che sarebbe arrivata a stravolgermi la vita per poi ritirarsi e lasciare tutto diverso da come era prima.

- Pronto?- – Sono io – Iniziava così la conversazione serale con Anna, la fidanzata in corso durante il colpo di fortuna. Ci vedevamo nel weekend, mai nei giorni feriali; lei però mi chiamava tutte le sere e si metteva paziente ad ascoltare il resoconto della mia giornata. Poi ci salutavamo contenti. Io di aver chiuso la conversazione prima che mi rovinasse il programma serale. Cena televisione vino. Lei di aver dato un senso di continuità al nostro rapporto. Non ho più avuto intuizioni geniali dopo aver conosciuto Jessica ed essere stato travolto dalla passione per lei. – Ci sentiamo domani sera – – Sì – le risposi, sapendo che la cosa non dipendeva da me. Vedevo scorrere i titoli di testa di un film scelto tra le “ultime novità” del videonoleggio sotto casa. Tenevo le gambe poggiate sul tavolo, in posa da cowboy, e alla prima scena del film capii che quella storia non faceva per me. Tirai a me il computer e cliccai due volte su enter per uscire dalla modalità standby, aprii il programma di posta elettronica e lessi l’oggetto della mail di fpuntobarabba @ eccetera: NON PERDERE UN’ALTRA OCCASIONE. Tra me e me dissi “ma vaffanculo” e riprovai a guardare il film. Di una cosa ero certo nella vita, di non aver mai perso un’occasione, da quando la maestra mi invitò a iscrivermi al gruppo amici di penna: – È un’occasione. Potrai conoscere persone che vivono in altri continenti, imparare la loro lingua, diventare loro amico, andarli a trovare e scoprire nuove terre. – Scrissi e nessuno mi rispose. Le occasioni erano il mio pane quotidiano. Me ne nutrivo, le divoravo, le desideravo, le aspettavo. Loro però arrivavano e si sgonfiavano, lasciandomi solo al punto di partenza di viaggi per i quali non riuscivo mai a partire. Gli altri, il resto del mondo, erano in marcia, mentre io me ne stavo impaludato sulla terra molle in cui l’ennesima occasione aveva rivelato la sua natura ingannevole. La fortuna, se mai la mia vita l’aveva prevista, non sarebbe stata traghettata da una semplice circostanza. Qualche anno più tardi Jessica si sarebbe presentata sotto altre spoglie, non un’occasione ma piuttosto una visione, un’illusione di natura meno effimera, come un albero radicato a terra, che maestoso e immobile si innalza al cielo, per poi dolorosamente morire su una vera catastrofe. Effebarabba come ti permetti? Cosa ne sai di me? Non mi aveva mai visto ma mi stava rovinando la serata. Durante la notte riaccesi il computer, riaprii la mail e scaricai il manoscritto che mi aveva inviato in lettura. La mattina avevo finito di leggerlo e chiamavo l’autore al numero di cellulare indicato tra i contatti. Non fu un uomo a rispondermi. Tutto ciò che nelle ore precedenti avevo immaginato era infranto. Effe voleva dire Flora. Attaccai senza dire a. A metà pomeriggio la richiamai. – Ho letto il suo manoscritto – Il manoscritto mi era piaciuto, ma il fatto che ci fosse una donna dall’altra parte della mia conversazione mi costringeva a non essere chiaro.

Il giorno dopo la incontravo in un bar. Non avevo altre sedi per presentarmi agli autori. Lavoravo a casa e la casa era il mio posto, dove dormivo e mangiavo e guardavo film presi a noleggio e organizzavo la mia razione settimanale di romanticismo. Non c’era una stanza in cui potessi accogliere estranei senza rivelare troppe cose di me, lo stile delle mie giornate, dello scorrere delle ore nel passaggio dal giorno alla sera alla notte al mattino. La casa era il luogo in cui io, proprio io, consumavo la mia esistenza senza volermene dare ragione. In quello spazio riservato era naturale non chiedermi per quale motivo fossi capitato nella sfera delle cose che esistono. Flora arrivò con venti minuti di ritardo e io ne fui contento perché questo la relegava alla mia idea di donna. L’idea di donna prima di incontrare Jessica. Quei venti minuti mi rassicuravano così come mi rassicurò riconoscerla al suo primo passo dentro il bar. Su nessun fronte Flora riusciva a stupirmi. L’incontro sarebbe andato benissimo. Io le avrei spiegato perché il suo manoscritto era pregevole e perché non lo avrei pubblicato. Si sedette di fronte a me, si presentò e iniziò a parlare. Nei primi cinque minuti non colsi una parola di quello che diceva. La immaginavo impegnata nei piccoli preparativi che le avevano fatto fare tardi. Il trucco. Leggerissimo, forse inesistente, forse solo della cipria chiarissima. Gli abiti. Studiati per non essere notati né nel bene né nel male, forse non studiati affatto ma capitati sul suo corpo, come un caso. I capelli. Lasciati sciolti sulle spalle per non dare l’ingombro di essere legati, intrecciati, manipolati con fermagli lacci fiocchi mollette. Qualcosa in lei non mi convinceva, qualcosa del suo modo di stare seduta di fronte a me mi toglieva il senso di sicurezza maturato nell’attesa. Se Jessica non fosse mai nata, se il mondo non avesse mai visto i suoi occhi, Flora sarebbe stata bella. Non avrei pubblicato il suo manoscritto perché non avevo abbastanza soldi per farlo, ma questo non glielo avrei detto. Ti piace scrivere, vero Flora? E pensi sia nei tuoi diritti che qualcuno spenda i suoi soldi per coronare il tuo sogno. Pensi questo, vero Flora? Ti sbagli. Non le dissi niente di quello che pensavo. Mi mantenevo al limite dell’eleganza sul terreno economico, e così pure su quello dello stile. Fui imparziale, equilibrato. Se potessi scegliere, con chi pubblicheresti il tuo romanzo? Se avessi tra le mani una di quelle grandi case editrici che possono fare di te l’autrice dell’anno, staresti seduta qui ora in questo bar con me? Dimmi la verità, Flora, non essere disonesta. Cosa faresti se un grande editore ti promettesse di portarti ai primi posti della classifica dei libri del prossimo anno? Anche se fosse il tuo unico anno, anche se dopo ti toccasse tornare nell’ombra della gente il cui nome non evoca niente. Cosa sceglieresti? Cosa faresti per vedere il tuo nome in alto nei cieli? Anche per un tempo brevissimo, come una ubriacatura, un momento di estasi, di gloria che ti ripaghi di tanto, tanto lungo anonimato. Non le dissi niente e lei continuò a parlare. Dopo alcuni minuti iniziai a percepire il suo discorso e nel giro di un’ora Flora fu in grado di convincermi della necessità di pubblicare il suo manoscritto. Quello che seguì fu un incubo: a ogni nuovo incontro restavo sempre più incastrato. Ogni volta pensavo di tirarmi indietro e rimandare tutto a un futuro in cui io non ci sarei più stato, un tempo così lontano da non scorgerlo nel mio orizzonte di mortale. Ogni volta lei mi strappava un pezzo di terra in più verso la pubblicazione. Lei o il suo libro, non so. Ma lei per me era il suo libro, tutta la sua bellezza non era altro che il suo libro, un oggetto capace di camminare verso il suo obiettivo con una determinazione che io non avevo mai avuto.

Alla fine dell’anno il libro veniva pubblicato grazie a un debito che contraevo con Anna.

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