Chip c’est moi. Le correzioni di Franzen

Chip ti guarda in faccia e ti racconta il tuo destino. È lui ad aprire il romanzo, è lui che nel finale uscirà integro dalle vicende della famiglia Lambert e dalle sue personali, imminenti, immanenti, ineluttabili catastrofi. Chip rappresenta la delicatissima relazione tra il soggetto e il destino. Mentre gli altri personaggi di Le correzioni di Jonathan Franzen hanno un ruolo più definito, una loro funzione narrativa alla quale non disobbediscono, Chip è al tempo stesso personaggio, narratore e lettore, è dentro e fuori la storia, è vivo. È lui a occuparsi del padre malato, seppur agganciando l’impegno a un amore, a una prospettiva, a qualcosa di intimamente suo – mentre gli altri la prospettiva vanno a cercarsela altrove; è a lui che Alfred chiede aiuto per morire; è lui che non glielo dà. È il personaggio dall’obiettivo incerto, dalle incerte qualità. Perché non riesce a trasformare la sua sceneggiatura in film? Perché continua a scrivere e riscrivere lo stesso copione se non per il fatto di non riuscire a chiuderne uno finalmente, davvero bello?
Ogni volta che è stato a un passo dalla realizzazione, Chip è dovuto tornare indietro, così indietro che quella retrocessione si è rivelata immediatamente una catastrofe. Quando il romanzo inizia lui sta facendo dei lavoretti avvilenti e mal pagati, è indebitato con la sorella affermata cuoca, ha una vita sentimentale superflua. Però è alle porte della sua più avvincente avventura: un personaggio dal suggestivo passato e dal nome più che esotico, Gitanas Misevičius, lo porterà in Lituania per curare affari non proprio onesti. Gitanas gli somiglia ed è stato sposato con una sua ex fidanzata, insomma Gitanas è Chip + l’avventura, Chip + l’entusiasmo non perduto, Chip + l’azione, è Chip che non subisce il destino ma lo combatte col ferro e col fuoco.
La parentesi lituana si chiude quando l’amico decide di rispedire Chip in America, promettendo un happy end degno di un eroe: Gitanas gli mette in tasca un malloppo di soldi che gli risolverà un bel po’ di cose. Per quanto ci riguarda il romanzo potrebbe finire qui. Denise, Gary, Alfred ed Enid, gli altri personaggi, facciano pure quel che credono. Quel malloppo è il sogno di tutti noi, è come vincere alla lotteria e dire “non me li sono guadagnati ma, vaffanculo, sono miei”. È una vincita a una lotteria rocambolesca, talmente rocambolesca che Chip verrà derubato di tutto e si salverà solo grazie all’intervento in extremis di Gitanas. Tornerà a casa vivo ma senza soldi, esattamente come se ne era andato. Chip è il fallimento ostinato, è l’inevitabile ripetersi della catastrofe, è la delusione, l’illusione, è la letteratura quando abdica alla vita. Il suo finale, infatti, è tutto dentro l’esistenza, la sua personalissima esistenza, fuori dai giochi letterari e dalle avventure degli eroi. Chip è lo smascheramento, dell’artificio letterario e delle sovrastrutture esistenziali, è l’uscita di scena, è lo specchio dell’autore che torna simbolicamente a casa, o del lettore che, finito di leggere, chiude il libro.
Resta la domanda se il personaggio sia riuscito a mettersi al tavolo da gioco con il destino, se oltre il romanzo la vita possa disobbedire all’ineluttabile.

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