Bambino mio. O della negazione del piacere

Il primo anno di vita di un bambino è un viaggio sconvolgente. Tutto sembra poter accadere in un arco temporale che più tardi diventerà un semplice, ripetitivo scorrere del tempo cui è difficile dare senso. Prima che il nonsense prenda piede, prima che la storia accada, nasciamo bambini. Diventare madre può voler dire tornare al grado zero della storia, del mondo, dell’essere. Riconoscere il segno originario delle cose. Individuare l’origine dei misfatti. Rannicchiarsi e disimparare. Abbandonare il tempo.

Dalla pediatra. Un giorno qualsiasi della settimana. Un’ora qualsiasi del giorno.
Non mi piace raccontarle il mio puerperio. Ci porto Orlando perché me lo pesi e poco altro. In un momento di distrazione mi lascio sfuggire che dorme con me.
“Dorme con voi?!” il suo tono implica la mia colpa, la sottolinea, la illustra. Sorrido e replico “a lui piace”.
“Certo che gli piace!” Poi mi spiega che non si fa. Il perché non è tra i suoi argomenti.
A casa ripenso al nostro piccolo dialogo: a lui piace… certo che gli piace.
E allora perché no? A te, pediatra, ti piace forse dormire da sola o sei contenta quando ti trovi accanto a una persona amata? E perché mio figlio dovrebbe essere privato di un piacere che a te è consentito? Se voglio averlo accanto mentre dormo, quale divina legge mi impedisce di farlo? Cosa c’è sotto questo precetto?
Lascialo piangere. Fallo abituare. Non prenderlo in braccio. Fallo magiare a orari. Non farlo dormire con te… e infinite altre regole che distruggono il piacere di vivere, della madre e, soprattutto, del bambino.
Se un adulto ha fame, mangia, se ha sonno, dorme, se è innamorato e corrisposto, dorme con il suo amato, dopo aver lavorato si gode il tempo libero.
Per esempio. I bambini vanno a scuola e quando non sono a scuola devono fare i compiti. Quale impiegato tornando a casa è ancora costretto a lavorare? Quale adulto che ha fame è costretto a digiunare? Chi si permetterebbe mai di dire a una moglie “dormi con tuo marito?!”
Ma il bambino è altro. Lui deve essere educato alla privazione del piacere. C’è da chiedersi perché. E soprattutto c’è da chiedersi quali siano le conseguenze di questa pedagogia. Che adulti saranno questi bambini? E quali adulti, un tempo bambini, abitano il mondo? Non è così che si costruisce il destino, cioè la nostra trappola?
Qualcuno mi dirà che sono consigli utili a me.
Ho allatto e allatto il mio bambino quando me lo chiede. Dormo con lui da quando è nato. L’ho tenuto addosso per mesi e ancora lo faccio quando vuole essere preso in braccio. Mi dicevano che “si sarebbe abituato”. Sembrava che avrei dovuto tenerlo in braccio finché non avesse pesato 80 chili. Adesso che gattona vuole stare per lo più a terra per muoversi autonomamente nello spazio. Il mio bambino la notte dorme ed è sereno, non ha mai pianto “senza motivo”. Lui è felice e lo sono anch’io. Sta entrando ora nel tempo, il suo e quello oggettivo del mondo in cui viaggerà. Ci sta entrando meglio di come ci sono entrata io. Per quanto riguarda me, sono tornata al mio grado zero, una terra ancora non scritta, quindi precedente al mio destino. Ecco perché i bambini potrebbero riscrivere il mondo.

Chip c’est moi. Le correzioni di Franzen

Chip ti guarda in faccia e ti racconta il tuo destino. È lui ad aprire il romanzo, è lui che nel finale uscirà integro dalle vicende della famiglia Lambert e dalle sue personali, imminenti, immanenti, ineluttabili catastrofi. Chip rappresenta la delicatissima relazione tra il soggetto e il destino. Mentre gli altri personaggi di Le correzioni di Jonathan Franzen hanno un ruolo più definito, una loro funzione narrativa alla quale non disobbediscono, Chip è al tempo stesso personaggio, narratore e lettore, è dentro e fuori la storia, è vivo. È lui a occuparsi del padre malato, seppur agganciando l’impegno a un amore, a una prospettiva, a qualcosa di intimamente suo – mentre gli altri la prospettiva vanno a cercarsela altrove; è a lui che Alfred chiede aiuto per morire; è lui che non glielo dà. È il personaggio dall’obiettivo incerto, dalle incerte qualità. Perché non riesce a trasformare la sua sceneggiatura in film? Perché continua a scrivere e riscrivere lo stesso copione se non per il fatto di non riuscire a chiuderne uno finalmente, davvero bello?
Ogni volta che è stato a un passo dalla realizzazione, Chip è dovuto tornare indietro, così indietro che quella retrocessione si è rivelata immediatamente una catastrofe. Quando il romanzo inizia lui sta facendo dei lavoretti avvilenti e mal pagati, è indebitato con la sorella affermata cuoca, ha una vita sentimentale superflua. Però è alle porte della sua più avvincente avventura: un personaggio dal suggestivo passato e dal nome più che esotico, Gitanas Misevičius, lo porterà in Lituania per curare affari non proprio onesti. Gitanas gli somiglia ed è stato sposato con una sua ex fidanzata, insomma Gitanas è Chip + l’avventura, Chip + l’entusiasmo non perduto, Chip + l’azione, è Chip che non subisce il destino ma lo combatte col ferro e col fuoco.
La parentesi lituana si chiude quando l’amico decide di rispedire Chip in America, promettendo un happy end degno di un eroe: Gitanas gli mette in tasca un malloppo di soldi che gli risolverà un bel po’ di cose. Per quanto ci riguarda il romanzo potrebbe finire qui. Denise, Gary, Alfred ed Enid, gli altri personaggi, facciano pure quel che credono. Quel malloppo è il sogno di tutti noi, è come vincere alla lotteria e dire “non me li sono guadagnati ma, vaffanculo, sono miei”. È una vincita a una lotteria rocambolesca, talmente rocambolesca che Chip verrà derubato di tutto e si salverà solo grazie all’intervento in extremis di Gitanas. Tornerà a casa vivo ma senza soldi, esattamente come se ne era andato. Chip è il fallimento ostinato, è l’inevitabile ripetersi della catastrofe, è la delusione, l’illusione, è la letteratura quando abdica alla vita. Il suo finale, infatti, è tutto dentro l’esistenza, la sua personalissima esistenza, fuori dai giochi letterari e dalle avventure degli eroi. Chip è lo smascheramento, dell’artificio letterario e delle sovrastrutture esistenziali, è l’uscita di scena, è lo specchio dell’autore che torna simbolicamente a casa, o del lettore che, finito di leggere, chiude il libro.
Resta la domanda se il personaggio sia riuscito a mettersi al tavolo da gioco con il destino, se oltre il romanzo la vita possa disobbedire all’ineluttabile.

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