Alcune notizie arrivano a spezzare la routine isterica delle giornate. Così, nel mezzo di una mia giornata, ho saputo del suicidio assistito di Lucio Magri. La polemica non mi interessa, né voglio sapere se sia giusto che un paese ammetta l’assistenza al suicidio di una persona fisicamente sana. In assoluto vorrei che ci fosse meno Stato, e meno giudizi, ma è inevitabile che già solo la definizione suicidio assistito attiri a sé curiosità e strali.
Ho nella testa l’immagine di due anziani signori, Magri e la Rossanda, che si imbarcano per la Svizzera per incontrare la morte. Come se un’intera generazione salisse sul treno del congedo. È la generazione delle utopie, e un po’ anche delle ideologie. Sono quelli venuti ancora prima del Sessantotto, prima degli anni Settanta. Erano maestosi ai miei occhi di ventenne; li leggevo e li ascoltavo con grande rispetto, nonostante fossero distanti da me anni luce. Avevano aperto il secolo che io avrei chiuso.
È strana questa scomparsa, volontaria e assistita, di qualcuno con il quale, seppure in modo tanto remoto, ho condiviso un sogno. Il sogno di un grande cambiamento, di un sovvertimento delle cose e delle emozioni, della terra e del cielo.
Nella routine isterica dei miei giorni, la notizia della morte di Lucio Magri mi ha ricordato che le cose passano, che tutto passa.
Che io sia stata obbediente, e non lo sono stata, che sia stata fedele, e non lo sono stata, quella è la generazione dei miei padri e delle mie madri, che si avviano a prendere un treno che me li porterà via. Quei loro corpi maestosi ora mi appaiono fragilissimi, non più in grado di sostenere il peso del sogno inseguito per tutta la vita. Titani stanchi che stanno per addormentarsi.
Mi chiedo che fine farà quel sogno. Mi chiedo se noi adulti di oggi sapremo condividere le nostre utopie, diverse dalle loro ma in fondo le stesse, con i nostri figli. Se sapremo offrire un’ipotesi, un pezzo di terra che sia finalmente anche cielo. In fondo cos’è stato quel nostro/loro sogno se non una ricerca incessante di pace, oserei dire di felicità, quando tutti intorno continuavano a dire che la felicità è un’illusione? Cos’è stato se non una ricerca di relazione, nel senso più profondo della parola, quando tutti intorno continuavano a dirci che prima vieni tu, poi forse gli altri? Quel loro/nostro tentativo non ha raggiunto l’obiettivo, potremmo dire che ha fallito. Resta in piedi l’ipotesi, l’ostinato richiamo alla felicità su questa terra, proprio questa, per noi e per tutti.
Guardo passare quel treno e penso che sia valsa e che valga ancora la pena. La polemica su come Magri e chiunque esca di scena la lasciamo ad altri, ad altri la sentenza dell’inferno che ci toccherà, ché noi il paradiso lo vogliamo qui e ora.
