una stanza tutta per me

una stanza tutta per séIPOTESI ORLANDO

romanzo

seconda parte – secidesima puntata

La domenica è un giorno infernale. Anche ai tempi di Maria.

I tappi mi salvavano la vita fino alle sette e mezza. Non potevo togliermeli perché dalle sei la casa risuonava dei rumori delle grandi pulizie. Forse addirittura una lucidatrice sopravvissuta dagli anni Settanta. Alle sette e mezza, puntuale, iniziava il rito della cottura di uno spezzatino che avrebbe bollito nelle spezie fino a mezzogiorno. Allora i tappi non potevano più nulla perché a invadere la casa era l’odore, passando attraverso le porte, le fessure, lungo il pavimento, dentro i muri, portato dalle correnti e dal pulviscolo. Ogni domenica quell’odore mi uccideva un po’.

All’una la casa si trasformava. La camera di Maria diventava un salotto percorso da un lungo tavolo apparecchiato per il pranzo intorno al quale venivano sistemate venticinque sedie. Venticinque sedie voleva dire venticinque persone a mangiare lo spezzatino che aveva bollito per cinque ore. Durante il giorno mi alzavo ogni tanto per andare in bagno e sbirciavo dentro il salotto. Si pasteggiava a vodka. Il caffè non veniva mai servito prima delle quattro. Alle cinque la tavola era il campo di una battaglia appena terminata, dove giacevano morti e feriti, resti di esplosioni, oggetti dimenticati durante la fuga, giocattoli, ferri da calza, carte da gioco, tazzine piene di cicche, briciole, avanzi, tovaglioli sporchi, bicchieri rovesciati, riempiti di pane, sale, pepe, zucchero e resti alimentari. I piatti stazionavano impilati nel lavabo della cucina. Più tardi sarebbero stati lavati con cura. Dalle sei i rumori scemavano fino al silenzio delle sette, quando gli ospiti salutavano e le abitanti della casa si chiudevano in cucina riportandone l’aspetto alle immagini del prima, prima della domenica, a sabato e a qualunque altro giorno della settimana. Tutto come se niente fosse stato. La sera l’odore dello spezzatino era stato completamente sostituito dai fumi della vodka e delle sigarette. Maria si occupava di pulire il salotto per trasformarlo in camera da letto. Alle otto e mezza il fratello andava a dormire e lei veniva in cucina dove io ero appena entrata a farmi un caffè. Tra poche ore sarebbe stato lunedì.

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romanzo

seconda parte – quindicesima puntata

È sempre stato così. Quando ho la trama in mente, tutta nei particolari, è a quel punto che non riesco più a scrivere.

Maria era la storia. Semplicemente. Io il punto di vista, l’occhio che spia dalla finestra. Lei era le cose così come sono.

All’inizio pensai che mi dicesse bugie, sulla scuola, sulle amiche, sui ragazzi. Poi capii che non lo avrebbe mai fatto. Non perché fosse innocente ma perché non aveva bisogno di mentire. Era pulita, correva limpida dentro la vita e non aveva tempo di dire cose che non esistono.

Conoscerla fu una rivelazione. Alcune persone stanno al mondo e basta. E l’esistenza l’avrebbe premiata, le avrebbe offerto un giorno dopo l’altro, un’ora dopo l’altra mentre scivolano inesorabili senza ragioni e senza impedimenti. Ma Maria conobbe me e la linea dritta del suo tempo si spezzò. Non subito però.

La mattina toglievo i tappi presto per sentire andar via ognuno degli abitanti della casa. Poi mi alzavo, andavo in cucina e l’aspettavo. Tutte le mattine, per un anno, feci così. E tutte le mattine lei arrivò puntuale al tavolo del mio ultimo caffè prima di andare a dormire.

Iniziò col raccontarmi piccolissimi episodi, tracce minime messe qua e là a indicarmi una direzione o a depistarmi. Gli orari della scuola, i compagni di classe, gli insegnanti, gli studi. Mi offrii di aiutarla con le materie letterarie e le nostre ore insieme si moltiplicarono. Poi un giorno, come se non me lo dicesse, pronunciò una frase alla quale non feci caso, ma che col tempo si rivelò il primo passo verso le sue confessioni.

Non ero abituata a fidarmi della realtà. Qualunque figura ai miei occhi aveva la consistenza di un doppio gioco. Maria mi aprì la porta su un mondo che non conoscevo, dove le cose si stagliano a terra e l’ombra gira sotto il sole. Appena mi affacciai su questa nuova scena della vita, smisi di scrivere. Fu lei a portarmi nel luogo in cui il mondo finisce perché non serve dire altro, e in quella regione deserta di parole, esplose all’improvviso il mio secondo romanzo senza che io mi accorgessi di niente.

Tutto il resto, tutto ciò che non era Maria, perdeva consistenza. Il lavoro per la Tosticroce andava avanti, ma il PIL a quel punto era una formula vuota alla quale non sarei stata io a dare un contenuto. Se il mondo era quello che era, io potevo prendermela comoda e smettere di cercare risposte.

Scuola per l'infanzia. L'invenzione di un diritto

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In macchina, mentre guido, quasi sempre ascolto la radio. L’altro giorno ho seguito una trasmissione che affrontava il tema della maternità e dei servizi all’infanzia. Cioè gli asili nido. Ovviamente pubblici. Un argomento delicato. Il nido è un diritto che lo Stato dovrebbe garantire. Questo è un dato certo e i dati certi non si discutono.

Ho già scritto un post…

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romanzo

seconda parte – quattordicesima puntata

La mia stanza era piccola e defilata, stretta tra un vano più grande e il bagno. Purtroppo e per fortuna. Purtroppo perché con tanta gente in casa di notte c’era sempre qualcuno che si alzava per un bisogno. Per fortuna perché ogni stanza conteneva un nucleo familiare con una media di due figli, quindi stare tra due camere da letto avrebbe significato quattro ragazzini nelle immediate vicinanze. Quelli della famiglia confinante si chiamavano Nicola e Galia, due e quattro anni. Assordanti entrambi, uno di notte l’altra di giorno. Presi l’abitudine di portare i tappi, giorno e notte, per dormire e per lavorare, generalmente in senso inverso al resto del mondo: lavoravo quando tutti dormivano, dormivo quando tutti lavoravano. L’inversione era necessaria. Mi dava un vantaggio sulla realtà nella quale ero finita.

Senza tappi sarei impazzita. Anche loro però mostrarono presto alcuni difetti. Innanzitutto un problema di sensibilità. L’orecchio umano non è fatto per essere otturato ma per prendere aria, fresco, freddo, variazioni climatiche, acustiche, cromatiche, soffiate, sussurri, sospiri. Chiudere un orecchio è una scelta importante. Un passo dal quale si torna cambiati. Nonostante la pulizia quotidiana, mettere i tappi è come applicare un guanto di lattice a una superficie grassa, oleosa, sporca. Se ne ricava una sensazione di appiccicamento. I tappi aderiscono all’orecchio, lo coibentano, creano condensa, lo fanno sudare, evaporare dentro, implodere. Occludono un buco che naturalmente vorrebbe restare aperto a ventilare le proprie piccole impurità. Di notte li toglievo quasi ogni ora per la pausa sigaretta. Dieci minuti alla finestra a misurare le escursioni termiche su tutta la superficie del mio corpo. Dentro e fuori. Con e senza fumo. Iniziava l’inverno e la temperatura esterna era in discesa.

Le nuove condizioni quasi mi facevano perdere interesse per gli argomenti della Tosticroce. Il PIL lì dentro non aveva senso. Era come mettere pennette alla vodka sulla tavola di un grande chef. Perché nonostante il disturbo che mi dava ogni centimetro quadrato di quella casa, nonostante fosse diventato difficile lavorare, dormire, restare sveglia, nonostante tutto, quel luogo era pieno di vita, e io lo sapevo.

Nicola e Galia erano in forma, alti, corpulenti, massicci, forti. Erano la miniatura dei loro genitori. Niente a che vedere con i figli anoressici di certi miei conoscenti. Diafani, sottili, sempre un po’ sofferenti, sempre scontenti di qualcosa, attenti a individuare la sovrabbondanza e a contestare la mancanza. Nicola e Galia erano integrati con le cose nelle quali vivevano. La loro casa era la casa, i loro giochi erano i giochi, il loro cibo era il cibo. Il mondo ai loro occhi non era fatto di spazi concessi e spazi negati, di mobili luoghi abitati e deserti cieli fissi. Il mondo era il mondo. Il futuro era semplice. La realtà era data. Il passato apparteneva ai genitori, che lo avevano sostituito con un sentimento dominante ma a suo modo innocuo, la nostalgia.

Quando la mattina la casa si svuotava, io andavo in cucina a fare colazione prima di mettermi a dormire. Quasi sempre con me c’era Maria, una ragazzina di quindici anni che occupava insieme alla sua famiglia la stanza centrale della casa, cioè il salotto. A quell’ora la madre e il padre erano già usciti da parecchio, portandosi via il fratello di sei anni per accompagnarlo a scuola. Lei faceva da sola. Dopo aver mangiato con me, si preparava e usciva. Dalla finestra della cucina restavo a guardarla alla fermata finché l’autobus non veniva a prenderla. Poi la perdevo di vista. A detta sua arrivava a scuola alle nove meno un quarto e ci restava fino alle due. Rientrava in casa quando io avevo già smesso di dormire. Restavo chiusa nella mia camera, senza uscire, e da lì studiavo le sue mosse attraverso i rumori che produceva.

non fidarti mai dei bambini

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Le giornate a volte si chiudono in coincidenze che sembrano astrali. Ieri è stato il giorno della fiducia. Nel pomeriggio l’insegnante di propedeutica musicale di Orlando mi raccontava di aver assistito alla scena di una madre tedesca che aveva lasciato i suoi due figli piccoli seduti nel dehors di un bar mentre lei comprava i gelati, senza girarsi mai a controllare.

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A Roma il CoCoMeRo appoggia Sandro Medici – Intervista a Lorenzo Romito – da Gli Altri online del 9 maggio 2013

lorenzo_romito

Lorenzo Romito, architetto romano fondatore del Co.Co.Me.Ro – Confederazione delle Comunità Metropolitane Romane – è a capo della lista elettorale Liberare Roma.

Questi i punti fondamentali del suo programma: lo stop incondizionato al consumo di suolo e la revoca delle concessioni edilizie; la rivalutazione dell’agro romano e il conseguente rapporto di reciprocità tra città e campagna; la riconversione ecologica, economica e produttiva del lavoro; la restituzione degli spazi pubblici e privati al godimento comune; la cittadinanza universale e il diritto alla città; un’amministrazione federativa delle comunità territoriali che sia in grado di superare le differenze tra Roma Capitale e area metropolitana.

Se in un primo momento la lista Liberare Roma partecipava da sola alla competizione romana, proponendo la candidatura a sindaco di Romito, successivamente è stata presa la decisione di sostenere la corsa elettorale di Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma dal 2001, appoggiato da Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Roma Pirata e Repubblica Romana.

Perché la convergenza con Sandro Medici non è arrivata subito?

Con Sandro la convergenza ce l’hanno chiesta tutti. È arrivata solo in un secondo momento perché avevamo innanzitutto bisogno di condividere con lui un discorso sull’urbanistica che non andasse negoziato con Marino. A partire da questa condivisione, abbiamo capito che insieme avremmo potuto disegnare un nuovo spazio politico di cittadinanza, mentre separati avremmo moltiplicato la frammentazione.

Cosa vi divide da Marino? Perché con lui nemmeno un’ipotesi di sostegno?

Nonostante Marino sia una persona credibile e un volto nuovo, la macchina organizzativa e di potere del Pd a Roma è rimasta la stessa, sponsorizzata da Goffredo Bettini, grande artefice di quella operazione economica, finanziaria e culturale che ha legato la mercificazione del territorio di Roma alla possibilità di sviluppo economico. Operazione fallimentare che ha prodotto un debito gigantesco, probabilmente di 15 miliardi di euro, e che obbliga la cittadinanza a pagare un conto drammatico.

Nel vostro programma si legge l’intenzione di revocare tutte le concessioni edilizie già accordate. In che modo è praticabile questa strada?

Per rilanciare l’economia, l’unica possibilità è restituire alla cittadinanza il maltolto da parte della rendita e della speculazione. Il debito di Roma è costituito in buona parte dall’aumento di valore dei terreni della proprietà privata, che non ha mai investito su queste terre, ma anzi le ha abbandonate sganciandole pure da un loro possibile utilizzo agricolo. Il piano regolatore prevede ancora milioni di metri cubi da realizzare. La questione dei diritti edificatori e delle compensazioni ha permesso di trasformare qualunque tipo di edificazione in case, che nonostante oggi siano inutili continuano a essere costruite in virtù del loro valore finanziario. Ci sono centinaia di migliaia di appartamenti vuoti e si pensa di realizzarne altri.

Il grande errore strategico del piano regolatore di Roma è che riconosce dei diritti edificatori che non esistono nella legislazione italiana. Sono concessioni che il pubblico dà e toglie nel disegnare il piano e quindi nel fare un progetto di interesse collettivo. Il primo interesse collettivo oggi è arrestare il consumo di suolo e l’espansione urbana, che è la maggior fonte di indebitamento dell’amministrazione pubblica.

Perché non avete cercato un accordo con il Movimento 5 stelle?

Nel disegnare un nuovo spazio politico, ovviamente guardiamo a sinistra e al Movimento 5 stelle. Nella nostra idea di città proponiamo, proprio a partire dalle risorse pubbliche sottratte alla speculazione e alla svendita, di utilizzare quel patrimonio come risorsa della cittadinanza con le sue idee, le sue pratiche, la partecipazione diretta, l’organizzazione in comunità che si istituiscono e si assumono la responsabilità politica di indicare una strada per il futuro. Questo ci avvicina al Movimento 5 stelle e ci allontana da Pd e Pdl.

D’altronde il Movimento 5 stelle è profondamente diviso tra chi sull’onda della grande capacità di costruire consenso progetta di agire la realtà per trasformarla, e chi invece fa del dissenso un’isola felice con cui sgominare tutto, non solo la casta ma anche le competenze e la storia politica e culturale di questo paese, che non è tutta da buttare e che ha prodotto, tra l’altro, le nuove pratiche sulle quali vogliamo costruire il nostro progetto. Inoltre la fiducia dei 5 stelle rispetto al web mi sembra eccessiva, vista anche la scarsa stabilità delle dinamiche di rete. Certo che internet può aiutare a mettere in relazione le pratiche diffuse sul territorio, a rendere il cittadino protagonista politico e le sue competenze valore aggiunto della costruzione di un progetto. Ma credo ci sia bisogno di un processo di transizione che non può essere sostitutivo di tutto.

C’è nel vostro programma un progetto di contenimento dei poteri forti?

I poteri forti oggi sono un luogo di convergenza, non dico ragionata o volontaria ma comunque reale, tra la politica dei partiti, la grande finanza e le mafie internazionali.

È possibile che qualsiasi luogo si immagini per smaltire i rifiuti a Roma sia già di proprietà di Cerroni? Possibile che Caltagirone sia addirittura proprietario del Monte Cavo, un luogo sacro, antico, archeologico, il cuore della latinità, il bene comune più antico del Lazio? Possibile che lo affitti per quelle antenne che avvelenano i Castelli?  Dipendiamo da personaggi che sono spesso anche proprietari dei mezzi di informazione, gli stessi che non danno notizia del fatto che noi partecipiamo a una competizione elettorale e che puntano a non farci esistere. Possibile che i cittadini non possano smarcarsi da questo gioco, da questo sistema di potere corrotto che impedisce qualsiasi tipo di cambiamento? Per rilanciare l’economia, il mercato, il diritto d’impresa, di invenzione e innovazione dobbiamo liberarci da questa speculazione sulle nostre esistenze.

Nel tuo programma parli di bellezza e lo fai in relazione ai nostri centri urbani. Ma cosa ne è della bellezza in certe periferie romane? È possibile intervenire per salvare questi quartieri dal loro essere drammaticamente brutti?

Intanto Roma non ha più un centro, luogo da tempo non abitato, divenuto praticamente la più devastata delle periferie, utilizzato da chiunque in modo usa e getta. E Alemanno se ne vanta pure. Il turista qui non acquisisce né produce cultura. Chi ci viene a lavorare abusa di spazi storici infinitamente belli, per esempio per mangiare a qualsiasi prezzo o per spostarsi con la propria automobile.

Poi c’è la città vissuta, nata e cresciuta sull’onda dell’espulsione degli abitanti di Roma nelle periferie, un esodo determinato dalla rendita fondiaria e iniziato nel 1870 che noi vogliamo arrestare, che ha già raggiunto i comuni dell’hinterland e ha prodotto la più grande dispersione urbana, insostenibile economicamente, socialmente, ecologicamente. Le periferie sono tali perché non hanno un centro, i loro spazi pubblici sono abbandonati, i cinema chiusi. È nella reinvenzione della loro centralità, nella prospettiva che questa reinvenzione offra nuovi spazi alle comunità, che sta la loro bellezza.

Non possiamo ricondurre la bellezza a un dato puramente formale. La bellezza è una sintesi dei processi di realizzazione collettiva del bello, che è insieme costruzione sociale, politica ed estetica. Noi non sappiamo creare bellezza perché non siamo consapevoli del nostro rapporto con gli altri e con il territorio. La modernità ci ha anche abituati all’idea che la bellezza possa essere sottratta ai contesti e messa nei musei. Io credo che dobbiamo invece riacquisire le conoscenze per crearla, in primo luogo dobbiamo riacquisire l’orientamento rispetto allo spazio e agli altri. Oggi l’estetica è relazione e non forma e si svolge nel tempo.

Il vostro programma è davvero ambizioso e utopistico. Pensate che quello che proponete sia un percorso praticabile? E quali sono i tempi di realizzazione?

È possibile ritenere il nostro progetto utopistico perché sembra non avere luogo. Infatti il mondo, che sta andando verso un’altra direzione, non gliene offre nessuno. La direzione in cui il mondo va però è la catastrofe. A guardare bene, la nostra utopia ha come fondamento pratiche concrete, sperimentate quotidianamente sui territori di Roma da chi si è riappropriato di orti, case, teatri, cinema, e oggi costruisce la propria sopravvivenza e il proprio reddito producendo un mondo culturale che sembrava destinato all’abbandono o alla svendita. Quindi non credo si tratti di un’utopia. Questo nostro progetto ha già luogo. Ciò che lo rende davvero innovativo è la volontà di federare tutta questa prospettiva emergente in un’idea di città. Da troppo tempo Roma non ne ha più una. L’amministrazione degli ultimi venti anni è stata miope dando luogo a provvedimenti che volevano soddisfare falsi bisogni ma che in ogni caso non rappresentavano un’idea di bene comune, di cittadinanza, e nemmeno un’idea estetica.

Ciò che vogliamo è una transizione, che necessariamente sarà lunga e che dovrà essere istruita secondo un disegno chiaro. Quando Roma fu costruita, si scelse un giorno rispetto alle posizioni del cielo e si scelse un luogo. Dovremmo ritrovare questa capacità di disegnare, di imparare dalla realtà che cambia, di immergerci nelle cose, evitando di inventare astrattamente nuove idee per risolvere problemi che nemmeno conosciamo.

Roma per migliaia di anni ha avuto la capacità di rigenerarsi attraverso stagioni e civiltà diverse. A questa storia noi ci leghiamo anche nella proposta della cittadinanza universale: è qui che per la prima volta è stata data cittadinanza a tutti gli abitanti. Questi principi devono restare volano di un modello di civiltà. Oggi questa nostra città è una barbarie.

http://www.glialtrionline.it/2013/05/09/romito-a-roma-noi-urbanisti-duri-e-puri-schierati-con-medici/

una stanza tutta per me

una stanza tutta per séIPOTESI ORLANDO

romanzo

seconda parte – tredicesima puntata

Passò poco tempo da quando Anna capì la mia difficoltà a quando arrivò il primo stipendio. La coincidenza mi fece pensare che le due cose fossero in relazione di causa effetto, cioè che Anna fosse riuscita a spingere Tosticroce a darmi finalmente il dovuto.

Rimasi ancora un paio di settimane a casa sua. Per inerzia.

Arrivò così un altro bonifico di anticipo della seconda mensilità. Poi le cose nella mia testa precipitarono e il mio trasloco nella nuova casa prese il ritmo della fuga. Dopo essere stata ferma, incastrata nel mio peggiore stato vegetativo per giorni e mesi, adesso iniziavo a correre portandomi dietro le quattro cose con le quali mi sentivo a casa.

Non avevo mai preso in considerazione alloggi studenteschi e la morfologia della città in cui vivevo mi lasciava poca scelta. Presi in affitto una stanza in un grande appartamento periferico occupato da immigrati provenienti dall’Est Europa. Una famiglia per ogni camera. Una famiglia in salotto (spazio un po’ di passaggio ma più ampio degli altri). Una cucina in comune. Un bagno per tutti. Grande pulizia senza alcuna eccezione, a differenza delle case di studenti. Turni per cucinare e per mangiare. Odori forti e inconsueti. Dispense piene di confezioni provenienti dal discount o di cibo importato dal paese di origine con furgoni che ogni giorno trasportano pezzi di mondo lontano. Ospiti ogni domenica. Conseguente approssimativa trasformazione della camera da letto centrale in salotto.

La mia recente passione per le statistiche, per i sistemi di calcolo del PIL, per l’economia di regioni poco note, stonava decisamente con la nuova casa. Io comunque procedevo nel mio lavoro con costanza e devozione. E arrivò così il terzo bonifico.

A questo punto considerai regolari i pagamenti della Tosticroce e chiamai Anna per restituirle le chiavi. Prima però mi feci fare una copia e di nascosto me la tenni.

Ci incontrammo per un caffè e nonostante lo prendessimo senza nemmeno metterci sedute, il tempo mi sembrò infinito. Ormai la presenza di Anna mi dava fastidio, vedevo tutti i suoi limiti, le cose che avevo trovato belle adesso mi sembravano stucchevoli. Era ordinaria senza essere semplice, ricca senza essere generosa, manipolatrice senza essere forte, corrosiva senza essere potente. Le consegnai le chiavi e in cuor mio le dissi addio.

Kramer contro Kramer in dosi omeopatiche

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Kramer contro Kramer racconta una storia eccessiva, di una madre che delega il padre in modo totale e per un tempo tendenzialmente infinito a occuparsi del figlio. Una scelta che io non farei, perché ho bisogno di prendermi cura di Orlando, al di là della stanchezza e del desiderio di sentirmi ogni tanto sollevata dalla cura del mio bambino. Ho bisogno di gestire le forme di allontanamento, di modularle sul mio istinto, sulle mie forze e su ciò che conosco di Orlando.

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una stanza tutta per me

una stanza tutta per séIPOTESI ORLANDO

romanzo

seconda parte – dodicesima puntata

Tutto ciò che mi potevo permettere era un piccola stanza singola con uso cucina in una casa di studenti per lo più sotto i venticinque anni. Erano finiti i tempi dei fuori corsi, degli universitari attempati, dei ritardatari, degli studenti lavoratori. Le nuove generazioni dovevano stare al passo. Io tra loro, alla mia età, nelle condizioni in cui mi trovavo, con un passato tanto lontano da essere stato dimenticato pure da me stessa, sarei stata risucchiata come un cannolicchio di mare.

Mi presi ancora un mese prima di lasciare l’appartamento di Anna. Avrei così avuto modo di capire quanti soldi mi avrebbe portato la nuova occupazione. Erano prestazioni occasionali. Lavoretti. Roba da studenti universitari. Nonostante questo le cose andavano bene. Ogni giorno facevo i conti moltiplicando la tariffa stabilita per le pagine lavorate e il totale cresceva inesorabile, come un boom economico improvviso e inaspettato. Passavo giorno e notte chiusa nella camera in fondo all’appartamento, sia per nascondermi alla vista di Anna che aspettava ormai solo il momento in cui me ne sarei andata, sia per dimostrarle che mi stavo dando da fare, sia per veder montare il totale del mio futuro stipendio.

“Sto cercando casa. Appena trovo qualcosa alla mia portata mi trasferisco. Ho approfittato fin troppo della tua disponibilità”. “Prenditi pure il tempo di cui hai bisogno. Mi fa piacere averti qui”. L’ipocrisia dei nostri scambi di battute era il segnale che non potevo più prendermela comoda.

In quel primo mese mi appassionai. Entrai nella parte. Approfondii gli argomenti. Suggerii correzioni oltre il mio dovuto. Studiai gli argomenti di cui trattavano i libri sui quali lavoravo. Me ne interessai. Li trovai stimolanti. Trenta giorni in cui la mia fantasia galoppò. Vedevo di fronte a me, a portata di mano, facili da cogliere, giorni sereni, appaganti, fatti di soddisfazioni personali, di buoni guadagni, di una casa forse più modesta di quella dei tempi di Ipotesi Orlando, ma carina e pulita e accogliente, capace di abbracciarmi la sera d’inverno, dopo una giornata di pioggia e di impegni. Intravedevo la fine del tunnel in cui mi ero cacciata. Emergeva, ancora piccola e incerta ma vera, la luce di fuori. Il tunnel stava per finire e io ero destinata a rinascere. Forse ero destinata a scrivere quel secondo romanzo che da anni ingombrava lo scorrere delle mie ore.

Finito il mese però passarono i giorni e i guadagni di Tosticroce si rivelarono virtuali. Quando gli chiesi quanto ancora dovessi aspettare per avere i miei soldi, rispose che purtroppo non dipendeva da lui ma dall’ufficio pagamenti.

La Tosticroce era piccola e si reggeva sulle spalle del titolare e della figlia, gli unici a lavorarci. Ma pure volendo credere alla storia dell’ufficio pagamenti, non ce ne sarebbe stato lo spazio. L’intera casa editrice infatti era l’anticamera dell’appartamento di lui, dove la figlia arrivava puntuale tutte le mattine dedicandosi all’ordine delle carte e alle faccende amministrative. Il padre faceva il direttore editoriale. A lavorare insomma era quasi soltanto lei.

Ma non mi lasciai affatto scoraggiare. Ero sicura che fosse solo questione di tempo, che prima o poi avrebbero pagato il dovuto, che non avrebbero rinunciato alla mia collaborazione, al mio lavoro fatto di dovizia, competenza e passione. Mi presi un secondo mese per stazionare in casa di Anna e aspettare che arrivasse il bonifico dalla Tosticroce edizioni.

fino a quando hai intenzione di allattarlo?

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L’altra sera cercavo online l’intervista a una scrittrice che ha allattato la figlia per sette anni, così mi sono imbattuta in alcune discussioni sull’allattamento “prolungato”, cioè oltre i due anni raccomandati dall’OMS.

Interessante davvero il ribaltamento del luogo comune: lo svezzamento definitivo dovrebbe avvenire fra trenta mesi e i sette anni di vita del bambino. Svezzarlo prima è prematuro. In certe culture si va addirittura oltre.

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Tema: Esquire di Matthew Buchanan.

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