
Lorenzo Romito, architetto romano fondatore del Co.Co.Me.Ro – Confederazione delle Comunità Metropolitane Romane – è a capo della lista elettorale Liberare Roma.
Questi i punti fondamentali del suo programma: lo stop incondizionato al consumo di suolo e la revoca delle concessioni edilizie; la rivalutazione dell’agro romano e il conseguente rapporto di reciprocità tra città e campagna; la riconversione ecologica, economica e produttiva del lavoro; la restituzione degli spazi pubblici e privati al godimento comune; la cittadinanza universale e il diritto alla città; un’amministrazione federativa delle comunità territoriali che sia in grado di superare le differenze tra Roma Capitale e area metropolitana.
Se in un primo momento la lista Liberare Roma partecipava da sola alla competizione romana, proponendo la candidatura a sindaco di Romito, successivamente è stata presa la decisione di sostenere la corsa elettorale di Sandro Medici, presidente del X Municipio di Roma dal 2001, appoggiato da Rifondazione comunista, Comunisti italiani, Roma Pirata e Repubblica Romana.
Perché la convergenza con Sandro Medici non è arrivata subito?
Con Sandro la convergenza ce l’hanno chiesta tutti. È arrivata solo in un secondo momento perché avevamo innanzitutto bisogno di condividere con lui un discorso sull’urbanistica che non andasse negoziato con Marino. A partire da questa condivisione, abbiamo capito che insieme avremmo potuto disegnare un nuovo spazio politico di cittadinanza, mentre separati avremmo moltiplicato la frammentazione.
Cosa vi divide da Marino? Perché con lui nemmeno un’ipotesi di sostegno?
Nonostante Marino sia una persona credibile e un volto nuovo, la macchina organizzativa e di potere del Pd a Roma è rimasta la stessa, sponsorizzata da Goffredo Bettini, grande artefice di quella operazione economica, finanziaria e culturale che ha legato la mercificazione del territorio di Roma alla possibilità di sviluppo economico. Operazione fallimentare che ha prodotto un debito gigantesco, probabilmente di 15 miliardi di euro, e che obbliga la cittadinanza a pagare un conto drammatico.
Nel vostro programma si legge l’intenzione di revocare tutte le concessioni edilizie già accordate. In che modo è praticabile questa strada?
Per rilanciare l’economia, l’unica possibilità è restituire alla cittadinanza il maltolto da parte della rendita e della speculazione. Il debito di Roma è costituito in buona parte dall’aumento di valore dei terreni della proprietà privata, che non ha mai investito su queste terre, ma anzi le ha abbandonate sganciandole pure da un loro possibile utilizzo agricolo. Il piano regolatore prevede ancora milioni di metri cubi da realizzare. La questione dei diritti edificatori e delle compensazioni ha permesso di trasformare qualunque tipo di edificazione in case, che nonostante oggi siano inutili continuano a essere costruite in virtù del loro valore finanziario. Ci sono centinaia di migliaia di appartamenti vuoti e si pensa di realizzarne altri.
Il grande errore strategico del piano regolatore di Roma è che riconosce dei diritti edificatori che non esistono nella legislazione italiana. Sono concessioni che il pubblico dà e toglie nel disegnare il piano e quindi nel fare un progetto di interesse collettivo. Il primo interesse collettivo oggi è arrestare il consumo di suolo e l’espansione urbana, che è la maggior fonte di indebitamento dell’amministrazione pubblica.
Perché non avete cercato un accordo con il Movimento 5 stelle?
Nel disegnare un nuovo spazio politico, ovviamente guardiamo a sinistra e al Movimento 5 stelle. Nella nostra idea di città proponiamo, proprio a partire dalle risorse pubbliche sottratte alla speculazione e alla svendita, di utilizzare quel patrimonio come risorsa della cittadinanza con le sue idee, le sue pratiche, la partecipazione diretta, l’organizzazione in comunità che si istituiscono e si assumono la responsabilità politica di indicare una strada per il futuro. Questo ci avvicina al Movimento 5 stelle e ci allontana da Pd e Pdl.
D’altronde il Movimento 5 stelle è profondamente diviso tra chi sull’onda della grande capacità di costruire consenso progetta di agire la realtà per trasformarla, e chi invece fa del dissenso un’isola felice con cui sgominare tutto, non solo la casta ma anche le competenze e la storia politica e culturale di questo paese, che non è tutta da buttare e che ha prodotto, tra l’altro, le nuove pratiche sulle quali vogliamo costruire il nostro progetto. Inoltre la fiducia dei 5 stelle rispetto al web mi sembra eccessiva, vista anche la scarsa stabilità delle dinamiche di rete. Certo che internet può aiutare a mettere in relazione le pratiche diffuse sul territorio, a rendere il cittadino protagonista politico e le sue competenze valore aggiunto della costruzione di un progetto. Ma credo ci sia bisogno di un processo di transizione che non può essere sostitutivo di tutto.
C’è nel vostro programma un progetto di contenimento dei poteri forti?
I poteri forti oggi sono un luogo di convergenza, non dico ragionata o volontaria ma comunque reale, tra la politica dei partiti, la grande finanza e le mafie internazionali.
È possibile che qualsiasi luogo si immagini per smaltire i rifiuti a Roma sia già di proprietà di Cerroni? Possibile che Caltagirone sia addirittura proprietario del Monte Cavo, un luogo sacro, antico, archeologico, il cuore della latinità, il bene comune più antico del Lazio? Possibile che lo affitti per quelle antenne che avvelenano i Castelli? Dipendiamo da personaggi che sono spesso anche proprietari dei mezzi di informazione, gli stessi che non danno notizia del fatto che noi partecipiamo a una competizione elettorale e che puntano a non farci esistere. Possibile che i cittadini non possano smarcarsi da questo gioco, da questo sistema di potere corrotto che impedisce qualsiasi tipo di cambiamento? Per rilanciare l’economia, il mercato, il diritto d’impresa, di invenzione e innovazione dobbiamo liberarci da questa speculazione sulle nostre esistenze.
Nel tuo programma parli di bellezza e lo fai in relazione ai nostri centri urbani. Ma cosa ne è della bellezza in certe periferie romane? È possibile intervenire per salvare questi quartieri dal loro essere drammaticamente brutti?
Intanto Roma non ha più un centro, luogo da tempo non abitato, divenuto praticamente la più devastata delle periferie, utilizzato da chiunque in modo usa e getta. E Alemanno se ne vanta pure. Il turista qui non acquisisce né produce cultura. Chi ci viene a lavorare abusa di spazi storici infinitamente belli, per esempio per mangiare a qualsiasi prezzo o per spostarsi con la propria automobile.
Poi c’è la città vissuta, nata e cresciuta sull’onda dell’espulsione degli abitanti di Roma nelle periferie, un esodo determinato dalla rendita fondiaria e iniziato nel 1870 che noi vogliamo arrestare, che ha già raggiunto i comuni dell’hinterland e ha prodotto la più grande dispersione urbana, insostenibile economicamente, socialmente, ecologicamente. Le periferie sono tali perché non hanno un centro, i loro spazi pubblici sono abbandonati, i cinema chiusi. È nella reinvenzione della loro centralità, nella prospettiva che questa reinvenzione offra nuovi spazi alle comunità, che sta la loro bellezza.
Non possiamo ricondurre la bellezza a un dato puramente formale. La bellezza è una sintesi dei processi di realizzazione collettiva del bello, che è insieme costruzione sociale, politica ed estetica. Noi non sappiamo creare bellezza perché non siamo consapevoli del nostro rapporto con gli altri e con il territorio. La modernità ci ha anche abituati all’idea che la bellezza possa essere sottratta ai contesti e messa nei musei. Io credo che dobbiamo invece riacquisire le conoscenze per crearla, in primo luogo dobbiamo riacquisire l’orientamento rispetto allo spazio e agli altri. Oggi l’estetica è relazione e non forma e si svolge nel tempo.
Il vostro programma è davvero ambizioso e utopistico. Pensate che quello che proponete sia un percorso praticabile? E quali sono i tempi di realizzazione?
È possibile ritenere il nostro progetto utopistico perché sembra non avere luogo. Infatti il mondo, che sta andando verso un’altra direzione, non gliene offre nessuno. La direzione in cui il mondo va però è la catastrofe. A guardare bene, la nostra utopia ha come fondamento pratiche concrete, sperimentate quotidianamente sui territori di Roma da chi si è riappropriato di orti, case, teatri, cinema, e oggi costruisce la propria sopravvivenza e il proprio reddito producendo un mondo culturale che sembrava destinato all’abbandono o alla svendita. Quindi non credo si tratti di un’utopia. Questo nostro progetto ha già luogo. Ciò che lo rende davvero innovativo è la volontà di federare tutta questa prospettiva emergente in un’idea di città. Da troppo tempo Roma non ne ha più una. L’amministrazione degli ultimi venti anni è stata miope dando luogo a provvedimenti che volevano soddisfare falsi bisogni ma che in ogni caso non rappresentavano un’idea di bene comune, di cittadinanza, e nemmeno un’idea estetica.
Ciò che vogliamo è una transizione, che necessariamente sarà lunga e che dovrà essere istruita secondo un disegno chiaro. Quando Roma fu costruita, si scelse un giorno rispetto alle posizioni del cielo e si scelse un luogo. Dovremmo ritrovare questa capacità di disegnare, di imparare dalla realtà che cambia, di immergerci nelle cose, evitando di inventare astrattamente nuove idee per risolvere problemi che nemmeno conosciamo.
Roma per migliaia di anni ha avuto la capacità di rigenerarsi attraverso stagioni e civiltà diverse. A questa storia noi ci leghiamo anche nella proposta della cittadinanza universale: è qui che per la prima volta è stata data cittadinanza a tutti gli abitanti. Questi principi devono restare volano di un modello di civiltà. Oggi questa nostra città è una barbarie.
http://www.glialtrionline.it/2013/05/09/romito-a-roma-noi-urbanisti-duri-e-puri-schierati-con-medici/